Zucco “Il bitcoin vive benissimo senza marketing”
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Zucco “Il bitcoin vive benissimo senza marketing”

By Claudio Kaufmann - 4 Apr 2018

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Giacomo Zucco, fisico e tecnologo, è uno dei maggiori esperti italiani della blockchain, anzi secondo molti è il maggiore esperto. Attualmente lavora come Direttore del BHB Network e consulente dei Blockchainlab Switzerland.

Partiamo dall’attualità più stringente.

Immagino tu abbia seguito i crolli del bitcoin e delle altre crypto. Pensi abbia anche a che fare con i vari annunci di Google, Facebook e Twitter sui divieti di fare pubblicità su queste piattaforme?

Non credo che la correzione sul prezzo del bitcoin, l’ennesima nella storia quasi decennale di questa asset class, abbia nulla a che fare con gli annunci di varie piattaforme social relative al marketing di token e asset crypto. A differenza delle altcoin e dei token venduti nelle ICO, il Bitcoin non ha bisogno di campagne di marketing attivo. Il Bitcoin si è diffuso, dal 2009 ad oggi, sulla spinta dei suoi meriti tecnici, della peer review di esperti di settore, grazie anche al passaparola interno a una community di appassionati.

Una diffusione spontanea…

Certo, le tecnologie open source e/o decentralizzate seguono spesso questa via, non potendo seguire quella del marketing strutturato per loro natura. Non c’è stata alcuna campagna (basata o meno su social media) dietro l’adozione di protocolli come Internet (TCP-IP), E-mail (SMTP, ecc.), World Wide Web (HTTP), Digital Signature (PGP), Bittorrent o Git. L’adozione è semplicemente avvenuta, lentamente e gradualmente, sulla base dei meriti della tecnologia. Così è stato, e sarà, per il protocollo Bitcoin, che si iscrive a pieno titolo in questa tradizione. Anche gli asset collegati al protocollo (i bitcoin, omonimi del protocollo stesso) vengono adottati di conseguenza. L’eliminazione da parte di questi giganti dei social media delle campagne di marketing sui token, può invece contribuire a ridurre la diffusione di altcoin e ICO, che sul marketing attivo basano la loro capacità di penetrazione. La correzione del prezzo di bitcoin è una normale conseguenza di un ciclo di eccessivo rialzo, identico ai molti già visti in passato.

Di cosa discute in questo momento la comunità dei Bitcoin Evangelist? Quali passi avanti si stanno facendo dal punto di vista dello sviluppo tecnologico? E quali restano da fare?

Molto entusiasmo e molto focus è ovviamente ancora posto sull’effettiva adozione del protocollo di “layer due” Lightning Network. Le specifiche sono state finalizzate, e dopo anni di test è ora finalmente possibile usare questo protocollo in produzione, come in effetti sta avvenendo (il numero di nodi Lightning presenti in produzione su Bitcoin già supera i nodi validanti delle varie altcoin). Ma ora servono strumenti utilizzabili da tutti, non solo dagli utenti più tecnici: wallet mobile compatibili con LN (in uscita nella prossima settimana il wallet Android Eclaire, di Acinq, nel prossimo mese Neutrino, di Lightning Labs, e nel prossimo trimestre probabilmente le versioni LN di GreenAddress, Electrum e Ledger), sistemi di gestione dei pagamenti off-line (oggi impossibili), strumenti di integrazione del nuovo protocollo con sistemi esistenti, e così via. Manca molto lavoro di sviluppo della User Experience, di integrazione, di semplificazione, di standardizzazione, di adozione.

C’è altro su cui chattare anche la notte?

Un secondo argomento molto importante e dibattuto è quello delle future modifiche al sistema interno di “smart contract” di Bitcoin, con modifiche dai nomi ancora un po’ poco significativi per l’utente non tecnico (MAST, Taproot, Grafroot, Schnorr Signature Aggregation, Schnorr Scriptless Script), ma estremamente rilevanti a livello di flessibilità, scalabilità e privacy dei “contratti” che vincolano le transazioni.

Un terzo tema è quello delle cosiddette “sidechains”, catene separate dalla blockchain principale di Bitcoin, ma basate sul medesimo asset, cioè il bitcoin, invece che su nuovi asset alternativi, per massimizzare la sinergia sia tecnica che finanziaria con lo standard di fatto attualmente esistente. A maggio sarà lanciata la sidechain federata e basata su “trusted hardware”, Liquid, che offrirà una scalabilità molto superiore a quella della blockchain “madre”, oltre che una maggiore privacy (Confidential Transactions, Bulletproof), una maggiore flessibilità dei contratti (Simplicity), il supporto ad asset nativi (Confidential Assets). E’ vicino anche il lancio di Rootstock, una sidechain federata che replicherà su Bitcoin il funzionamento di Ethereum (per la verità non c’è molto entusiasmo su questo fronte, perchè la maggior parte dei “bitcoiners” non vedono come desiderabile replicare il funzionamento di Ethereum in primo luogo). Sidechains completamente decentralizzate (e quindi non federate), invece, sono ancora un po’ lontane: ci sono problemi non banali da risolvere.

Il tema sicurezza?

In effetti, si parla molto di strumenti più professionali ed evoluti per la sicurezza nella detenzione di bitcoin. Sia a livello individuale, che a livello di organizzazioni e istituzioni. Migliori hardware e software wallets, migliori pratiche e procedure.

Spesso si sente parlare in modo critico delle criptovalute ma bene della blockchain, come tecnologia disruptive del futuro. Ma è possibile separare le due cose?

No, non è possibile, a meno di adottare definizioni talmente “risciacquate” e allargate del termine da perdere qualunque carattere distintivo e qualunque contenuto semantico. Una blockchain ha bisogno di un “oro digitale” nativo, per funzionare, perché senza un simile asset non è chiaro come ricompensare i “minatori” anonimi che risolvono il problema della doppia spesa. Senza una simile ricompensa non esiste speranza che questi ultimi utilizzino importanti quantità di energia su una singola versione della storia transattiva, e senza questo investimento le caratteristiche di immutabilità e univocità di una blockchain si perdono completamente. Il bitcoin serve alla blockchain per funzionare. Ma vale anche il viceversa: per far funzionare un sistema di “oro digitale” serve una blockchain (almeno a livello di “primo layer”), in quanto occorre risolvere il problema della doppia spesa senza ricorrere ad alcuna terza parte centrale…ma se non c’è questa esigenza la blockchain non serve sostanzialmente a nulla. La blockchain serve a bitcoin per funzionare.

A cosa servirà la blockchain nella vita quotidiana?

Come detto sopra, servirà principalmente a muovere bitcoin. Non tanto per transazioni piccole e veloci (per quelle si useranno principalmente dei layer diversi di “Bitcoin senza blockchain”, come Lightning Network), quanto per transazioni di “settlement”, lente e su grossi importi. In secondo luogo servirà per spostare altri asset, diversi dal bitcoin, ma definiti sullo stesso protocollo: in un certo senso saranno gli equivalenti digitali di contratti derivati, opzioni, diritti di voto, diritti di dividendo, diritti di royalties, buoni sconto, e così via. In terzo luogo, la blockchain di Bitcoin potrà essere usata come “ancora temporale” per garantire in modo decentralizzato la “data certa” per documenti, contratti, opere di ingegno. Il protocollo Bitcoin diventerà, se l’esperimento avrà successo, quella parte di Internet che ha a che fare con lo scambio di valore: la blockchain sarà la dorsale principale di questa componente.

Claudio Kaufmann
Claudio Kaufmann

Direttore di Cryptonomist. In precedenza è stato direttore editoriale di ITForum News, vicedirettore del quotidiano Finanza & Mercati e del settimanale Borsa & Finanza. E' stato autore e conduttore di programmi televisivi dedicati a politica, economia e finanza.

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