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Il mito del denaro facile con le criptovalute ha permesso di coniare la famosa frase “Lambo moment”, cioè quando i guadagni sono tali da rendere possibile l’acquisto di uno status symbol come la Lamborghini, sicuramente un’opera d’arte, per certi versi, ma anche uno sfoggio di ricchezza da molti ritenuto pacchiano.

La ricchezza può nutrire anche l’arte, grazie al mecenatismo di persone divenute molto benestanti. Come possono le valute virtuali e la blockchain interagire con l’arte?

Si possono identificati tre canali:

  1. Criptovalute come strumento di pagamento o finanziamento dell’arte;
  2. Blockchain come elemento di certificazione dell’originalità dell’opera;
  3. Blockchain e le criptovalute come ispirazione artistica.

Partendo dal primo punto, esistono gallerie che accettano criptovalute, alcune in modo molto estensivo.

Ad esempio, la Dadiani Gallery di Eleesa Dadiani a Londra, organizza da tempo aste in criptovalute per pezzi d’arte unici, in collaborazione con Maecenas.

Questa abile gallerista, molto ben introdotta nel jet set e in generale nel mondo dei cosiddetti “petro-dollari”, ha costruito un suo piccolo impero accettando monete digitali in pagamento.

Un’altra galleria, la Lynx Art Collection ha visto aumentare le proprie vendite del 427% da quando ha iniziato ad accettare criptovalute, cosa che riesce a fare tramite il provider globale Globee che accetta Bitcoin, Monero e Dash, potendo interagire anche con un numero maggiore di crypto tramite Coinbase.

I suoi artisti sono anche attratti dal concetto di blockchain, una tecnologia che li ha stimolati nella produzione di opere d’arte molto originali.

La blockchain può certamente fungere da tecnologia di certificazione. Si può comprare un’opera d’arte, unica e inimitabile, garantita dalla blockchain.

Presso la galleria DADA.Nyc si possono comprare opere d’arte uniche utilizzando Ethereum, anche a prezzi piuttosto modici.

Queste opere d’arte vengono salvate sulla blockchain e da qui distribuite. Quindi c’è una certezza assoluta di provenienza, del numero di copie emesse, di autenticità, una prova di possesso chiara ed univoca, mentre l’artista percepisce in modo altrettanto sicuro il 70% del corrispettivo.

Un altro progetto simile è quello di Codex Protocol creato da Mark Lurie che ha come obiettivo ambizioso quello di creare una certificazione blockchain per il mercato dei pezzi unici, anche artistici, che hanno un valore complessivo di 1,2 miliardi di dollari.

La blockchain può avere un ruolo significativo nell’ideazione artistica. Come riportato dal New York Times siamo ormai alla “Distributed Gallery”, la galleria d’arte diffusa sulla blockchain, che ha annunciato proprio in questi giorni il suo primo progetto, il “Ready to make” token di Richard Price, noto pittore e fotografo americano.

Peccato che l’artista non ne sapesse nulla, anzi non sapesse proprio nulla della blockchain.

Infatti, tutta l’operazione “Ready to make” non è altro che una provocazione, ovviamente artistica, messa in atto dal sociologo francese Olivier Sarrouy che ha voluto creare un evento artistico, reinterpretando Duchamp, e appropriandosi del nome di Price.

L’opera inesistente di Price è stata persino messa all’asta, ovviamente tramite blockchain e con pagamento in ETH, al termine della quale Sarrouy ha pensato di voler almeno rimborsare Pierce.

Una vera  provocazione, come quella di Kevin Abosch, artista concettualista che ha deciso di trasformarsi, in qualche modo, lui stesso nella blockchain, iniziando un nuovo filone artistico con il progetto IAMA COIN.

Con tale progetto l’artista ha emesso 10 milioni di token Ethereum e 100 di questi sono stati scritti su paper wallet con lo stesso sangue dell’artista.

Abosch ha proseguito con i progetti basati sulla blockchain. La sua ultima opera è Yellow Lambo:

E’ costituita da un codice bitcoin scritto in neon gialli ed è stata venduta recentemente a Michael Jackson, ex COO di Skype, per 400 mila dollari.