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“Dove sono i bitcoin?”

“Nel wallet”. No, quello è solo un portafoglio.

“Nella blockchain”. No, il distributed ledger registra solo a chi appartengono. Chi vi scrive ritiene che i bitcoin siano nella testa di chi ha la chiave privata.

Teoricamente mantenere un segreto chiuso nella nostra testa (che consideriamo la cassaforte più sicura) è il metodo più affidabile. Del resto, non ci fidiamo molto degli altri.

È incredibile, siamo arrivati al punto che consideriamo il requisito della fiducia umana come un baco, e sembra che si sia trovato il modo – grazie tecnologia! – di farne a meno.

Purtroppo, le ragioni che hanno spinto le persone ad avvicinarsi al mondo crypto sono tante, tra le quali quello di fuggire da limiti imposti dai governi sul contante; costi e tempi delle banche e il rischio di un loro fallimento; tracciatura delle transazioni finanziarie da parte dei monopoli online.

Abbiamo eliminato la terza parte umana negli scambi, sostituendola con la fiducia nella tecnologia, ma temiamo i bachi del software.

In ogni conferimento di fiducia, sia umana sia tecnologica, c’è un corrispettivo tasso di rischio.

La relazione fiducia-rischio nel mondo digitale

Il filosofo Hobbes sosteneva che fosse indispensabile avere un’autorità politica per assicurare la possibilità di reciproca cooperazione.

Nel suo libro “Leviatano”, definiva come fiducia l’atteggiamento razionale nella cooperazione reciproca con gli altri, salvaguardata da un’autorità statale.

Ora emerge un modello di fiducia al di fuori del contesto statale e contrattuale, ed è addirittura impersonale, pertanto riprendiamo l’esempio iniziale delle chiavi dei bitcoin.

Su un totale di 17 milioni di bitcoin emessi alla data, si stima che 4 milioni di bitcoin siano stati persi e 2 milioni rubati (fonte Kaspersky).

In pratica i rischi di perdere le chiavi (per dimenticanza o per morte naturale) o, peggio, di essere soggiogati (phishing) dai ladri per mostrare inconsapevolmente le chiavi private è molto alto, anche perché c’è poca consapevolezza di questo rischio sociale.

I tecnici devono però fare un mea culpa collettivo per aver svolto un lavoro parziale: abbiamo prima di tutto rimosso la fiducia negli altri ma abbiamo dato un enorme responsabilità -e rischio- a tutti.

Si sono rese estremamente sicure le transazioni con la blockchain, cioè ora abbiamo fiducia sull’infrastruttura del trasporto dei valori, ma allo stesso tempo si è messo a rischio chi è agli estremi della rete, ossia le persone, perché possono cadere tra le fauci di chi fornisce servizi di falsa custodia, o di veri e propri ladri, perché l’utente medio non è un esperto di sicurezza informatica.

Per esempio, lasciare all’utente solo un codice, in pratica la chiave privata, senza meccanismi che in autonomia possano dare protezione aggiuntiva (come più fattori di autenticazione, strumenti di monitoraggio, etc.) è un peso troppo grande che ostacola in prima istanza l’adozione.

C’è da riflettere, perché ripetiamo sempre che nel mondo bitcoin “la banca sei tu”. Tutto questo perché è nella natura di bitcoin essere un asset al portatore, ma è necessario aggiungere che “il più grande rischio dei tuoi bitcoin sei tu”.

L’anello debole siamo noi

Sul piano fisico, siamo abituati da millenni a proteggere i nostri asset, ma i valori digitali si possono proteggere staccandoli da internet, mentre con le criptovalute non è possibile.

Lo stesso disorientamento accade per i casi di implementazione dei cosiddetti smart contract, infatti anche qui l’automazione della fiducia è illusoria.

La dimensione umana della fiducia non può essere scambiata con quella tecnologica. Non c’è un trade off, come nelle transazioni monetarie, perché con l’uso della blockchain ci priveremo della fiducia reciproca.

Si pensi alla fiducia come un fenomeno collettivo e bidirezionale che ci lega insieme; perché quando si dà fiducia si riceve sempre un rischio dall’altro. Mentre gli estremisti di questa tecnologia non hanno fiducia in niente e nessuno.

Purtroppo non è vero che con il modello decentralizzato abbiamo ottenuto la disintermediazione, anzi, è il contrario: ora la tecnologia (crittografica in particolare) ci intermedia nei reciproci rapporti economici, che un tempo avevamo direttamente.

Non sappiamo quali possano essere le conseguenze, ma non sono previsti neppure i limiti, una volta che il sistema scalerà dalle mere transazioni economiche a qualsiasi altra relazione sociale.