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Non capita tutti i giorni di leggere un Manifesto sul futuro, nulla a che vedere con quello del 1909 di Tommaso Marinetti, anche perchè qui non c’è alcuna traccia di ideologia, nessuna volontà declamatoria, ma solo un voler riflettere su economia, impresa e lavoro, in relazione a una tecnologia che ci porteremo dietro per millenni, anzi per sempre: la rete dei blocchi, ovvero la blockchain, in grado di realizzare, come scrivono gli autori del Manifesto, “una decentralizzazione del valore tra tutti i soggetti che partecipano alla rete”.

A lanciare il “Manifesto” nella speranza di aprire un discorso pubblico, con un articolo sul Sole 24 ore del 12 agosto, sono stati Marco Bentivogli, segretario generale Fim Cisl, e Massimo Chiriatti, tecnologo, collaboratore del quotidiano di Confindustria, oltre che di Cryptonomist. E proprio a Massimo Chiriatti abbiamo rivolto alcune domande.

Perché un Manifesto sulla blockchain intesa come “un nuovo bene pubblico digitale”?

L’informazione è un bene di natura atipica: una volta affrontato il costo per produrla, poi diffonderla non costa nulla con i media digitali, quindi non è rivale, ma è il contrario; insomma più si diffonde più acquista valore.

Se il consumo di informazioni non limita quello degli altri, il paradigma economico cambia trasformando i beni intangibili nelle vere ricchezze, tanto dense di informazioni da avere un immenso valore d’uso.

In questo campo, ci sono delle nuove ricerche nelle Università, tutte da seguire, una su tutte quelle portate avanti da una ricercatrice italiana a Harvard come Primavera De Filippi.

Si studia che ora è possibile invertire gli incentivi che portavano alla famigerata “tragedia dei beni comuni”, perché l’impiego di politiche basate sulla blockchain rende possibile progettare nuovi sistemi di incentivazione, certamente più trasparenti. Si può pertanto raggiungere una nuova forma di consenso per l’autogoverno dei beni pubblici.

La blockchain che notarizza le informazioni può essere, quindi, un bene pubblico digitale.

Potenza dei beni immateriali: ora abbiamo una (info)struttura che non consumiamo con l’uso. Anzi, la costruiamo insieme.

La blockchain è una semplice (si fa per dire), tecnologia che permette di registrare e “notarizzare” tutto in modo diverso dal passato? In un modo, come usa dire, “eterno e immutabile”? O è anche altro?

Dipende tutto dal caso d’uso e dalla governance che si decide di rispettare.

La blockchain non rimpiazza i processi e i presidi di controllo lungo tutta la filiera, ma li rafforza a posteriori marcando immutabilmente, con sicurezza crittografica, il consenso raggiunto – in modalità decentralizzata – sui cambiamenti di stato dell’asset monitorato.

La morale è che non bisogna usare la blockchain come una scorciatoia. Invece è solo l’ultimo strumento da impiegare ove può portare valore.

In Italia, rispetto alla blockchain siamo all’anno zero, c’è certamente un gap culturale e legislativo da riempire? E’ un’impressione corretta? Ma si sta muovendo qualcosa?

Un gap si apre ogni volta che nel mercato irrompe una forte innovazione tecnologica; e tende poi a chiudersi – sempre troppo lentamente – in funzione dell’apertura mentale dei legislatori, sospinti dall’opinione pubblica.

L’opinione pubblica in particolare questa volta è partita dai consumer, grazie alla criptovalute, poi pian piano alla tecnologia si sono interessate le imprese, in primis le istituzioni finanziarie, che non possono derogare al rispetto dei regolamenti internazionali (KYC, AML, etc.).

Cosa si sta realizzando.

Sono in corso dei “proof of concept” in virtù dei vantaggi garantiti dalle blockchain. Finanza (pagamenti, prestiti), assicurazioni (claim automatici), logistica (tracciatura end to end merce trasportata), riconoscimento clienti e fornitori (KYC) tracciatura filiere industriali e anticontraffazione (dal cibo alla moda).

C’è chi storce il naso a sentir parlare di monete digitali, mentre elogia la potenzialità della blockchain. Ma questa tecnologia e le criptovalute sono mondi che si possono separare?

Questa è una domanda affascinante perché contiene all’interno storia e futuro.

Nel senso che se guardiamo indietro al 2008, al paper di Satoshi Nakamoto, la criptomoneta è coeva alla blockchain: viaggiavano insieme.

In seguito, per particolari casi di uso aziendale richiedenti: un livello di privacy o l’impossibilità dell’anonimato, una prestazione migliore in termini di scalabilità, un costo di transazione troppo sottoposto alla volatilità del token, etc. questi mondi si sono allontanati.

Ci tengo a sottolineare una mia personale opinione e previsione: questi mondi si incontreranno di nuovo, passando attraverso sperimentazioni con gli stable coin, per esempio, ma ci vorrà del tempo.

Il Made in Italy è un brand di grande valore, in molti settori: moda, design, cibo, vino, per citarne alcuni. In che modo la blockchain può essere utilizzata?

Al momento ogni industria, piccola o grande, e ogni bene industriale o alimentare, deve eseguire un percorso di certificazione per essere riconosciuto come “Made in Italy”. La complessità della normativa applicabile al “Made in Italy” non favorisce gli imprenditori che intendono fare del marchio Italia un sinonimo di qualità. In aggiunta, il riconoscimento di tale certificazione, anche a livello internazionale, è problematico anche perché il processo di verifica, e di auditing, deve raccogliere a posteriori tutte le informazioni di tutti gli input di tutti gli attori.

Di conseguenza, i processi attuali non forniscono la completa trasparenza della catena di approvvigionamento alimentare end-to-end e la garanzia che molti consumatori richiedono.

L’idea è che si potrebbero creare – per mezzo di una sperimentazione – delle nuove connessioni “trusted” tra ecosistemi che ad ora non esistono. Per questo abbiamo una pletora di modelli locali, per ogni categoria merceologica, siano essi beni alimentari o tessuti pregiati.

La Blockchain potrebbe fornire una vista “fin dalla nascita” su qualsiasi materiale nella catena di fornitura. Inoltre, una cronologia delle prestazioni sempre aggiornata della supply chain costituisce la base per la reputazione, poiché ogni membro di una rete diventa istantaneamente responsabile.

C’è un tecnicismo fondamentale: occorre fare attenzione per trovare un modo in cui i beni fisici siano collegati con la loro rappresentazione digitale sulla blockchain (ad esempio: codici a barre, tag digitali come RFID e NFC). Infatti, è un punto cruciale, soprattutto perché i beni intermedi in input devono essere usati – e registrati digitalmente – per costituire i beni finali.

La blockchain in questo senso si configura come un broker per la fiducia tra le parti, sia per i produttori sia per i consumatori.