Read this article in the English version here.

La regolamentazione delle criptovalute è forse il tema più dibattuto del 2018 nel settore degli asset digitali e deve la sua importanza all’enorme rilevanza che ha acquisito nel corso dell’anno precedente.

Gran parte dei governi a livello mondiale hanno compreso l’impatto potenziale che il bitcoin, e più in generale tutte le criptovalute, può avere nel presente e nel futuro dell’economia.

Tuttavia, non tutti gli Stati hanno reagito allo stesso modo. Alcuni, come la Cina, hanno represso la diffusione delle criptovalute, altri hanno intuito il potenziale e sono stati rapidi nel creare una normativa specifica, come nel caso di Gibilterra e Malta.

Altre ancora hanno scelto di applicare la normativa in materia finanziaria già disponibile: vedasi Svizzera e Regno Unito.

L’approvazione di leggi idonee non è solo frutto di una volontà politica, trova un ostacolo quasi naturale nella definizione stessa di cosa è una moneta matematica. E proprio da qui, iniziamo il nostro breve viaggio nella regolamentazione delle criptovalute.

Cosa sono le criptovalute

Come mai gli Stati reagiscono in maniera così scomposta? Ciascuno potrebbe avere la sua valida e stimabile soluzione, ma, forse, la motivazione più semplice è l’ancestrale paura dell’uomo nei confronti di ciò che non si conosce.

Ciò che è alieno rispetto alla nostra cultura spaventa, ci fa reagire con atteggiamenti di chiusura e di difesa a protezione di quanto conquistato.

Si diventa ancor più protettivi se non è chiaro con cosa si sta avendo a che fare e questo è proprio il caso delle criptovalute.

Nessun economista o esperto di diritto tributario, infatti, ha saputo per ora formulare una definizione di cosa sono le criptovalute sulla quale i più si possano trovare concordi.

Le scelte dei singoli Paesi confermano quanto appena affermato.

La Francia tassa le valute digitali come beni mobili (decisione del Consiglio di Stato del 26 aprile 2018), negli USA la Commodity Futures Trading Commission (CFTC) le ha classificate come commodity nel 2015.

In Europa prevale la definizione data dalla BCE di rappresentazione digitale di valore. E in questa traccia si inserisce la seguente definizione tutta italiana:

Rappresentazione digitale di valore decentralizzata basata sul peer-to-peer, su una blockchain condivisa il cui trasferimento è basato sulla crittografia e le cui regole di emissione sono basate su algoritmo open source.” (Stefano Capaccioli, Trentino Sviluppo, 13 dicembre 2017)

Non solo criptovalute. I token.

A complicare la situazione ci pensano i token, conosciuti dai più grazie alle ICO attraverso le quali le startup del settore vendono il proprio asset digitale in cambio di denaro o criptovalute.

Token e criptovalute non sono esattamente la stessa cosa. Una sommaria differenza potremmo sintetizzarla così: i token sono un sottoinsieme delle criptovalute. Mentre le criptomonete hanno una propria blockchain, i token vivono alimentati dalle blockchain delle criptovalute.

Vedasi ad esempio il caso della blockchain Ethereum, dove la valuta nativa è l’ether e REP, OMG sono token generati usando smart contract.

Non tutti i token sono uguali.

Possiamo definire almeno 2 categorie principali di token:

Security token: simili ai titoli azionari, il possessore vanta un diritto sulla società nella misura del numero di token posseduti. In alcuni casi il possessore incassa gli utili sotto forma di dividendi.

Utility token: sono asset digitali la cui funzione si esaurisce all’interno dell’applicazione decentralizzata (DApp) di riferimento ed assolvono solo ai ruoli assegnati in fase di progettazione del servizio.

Mondo criptovalute: gli Stati europei

L’atteggiamento prevalente tra gli Stati europei è di apertura o di tiepido intervento. Al primo gruppo appartengono sicuramente Gibilterra, con l’adozione del framework regolamentare sulle DLT e la proposta di legge per normare le ICO che introduce il concetto di authorised sponsor, il quale fungerebbe da responsabile del rispetto delle regole.

Malta intende affermarsi come l’isola europea della blockchain. Il documento ‘Malta – A leader in DLT Regulation’ getta le basi per la regolamentazione dell’intero settore: criptovalute, blockchain, ICO, token.

La Svizzera ha normato le ICO con una semplice guida pratica sulle ICO emessa dalla FINMA, in cui si esplica in che modo l’Autorità federale di vigilanza sui mercati finanziari “gestirà le richieste di assoggettamento relative” alle ICO.

Mondo criptovalute: gli Stati Uniti d’America

La cryptocurrency regulation negli Stati Uniti d’America è per ora oggetto di dibattito e di interventi su singoli casi ad opera della SEC (U.S. Securities and Exchange Commission), dalla già citata CFTC e dagli interventi dei singoli stati. In particolare nello stato di New York è attiva dal 2014 la Bitlicense per normare l’attività di aziende operanti nel settore delle valute virtuali.

Molti sono stati i pronunciamenti della SEC riguardo a nuovi strumenti finanziari derivati dal settore delle criptovalute. Negli ultimi mesi, ad esempio, tiene banco la questione dei Bitcoin ETF.

Mondo criptovalute: l’Asia

Nel continente asiatico la Cina è stata la prima nazione al mondo a praticare la censura quasi totale del settore.

Dapprima ha vietato ai cittadini cinesi di usare il renminbi per acquistare criptomonete, quindi ha imposto la chiusura degli exchange presenti sul territorio nazionale, infine è arrivato il bando delle ICO.

Dalla Cina, inoltre, sono sempre meno accessibili i crypto exchange collocati all’estero.

Gli Stati tempestivi nel tassare

Se il quadro normativo è tutto ancora da costruire, non mancano le iniziative per tassare le criptovalute.

Da questo punto di vista alcuni stati sono intervenuti tempestivamente, un po’ per evitare l’evasione fiscale ma anche per meglio foraggiare le casse pubbliche immettendo nuova liquidità per certi versi inattesa ma accolta con favore.

Tra gli Stati che si sono pronunciati troviamo la Francia che inizialmente tassava le plusvalenze derivanti dalla vendita delle cryptovalute al 45%, poi è intervenuto il Consiglio di Stato accogliendo le istanze dei contribuenti e riducendo in alcuni casi l’aliquota al 19%.

In Russia è in fase di approvazione un disegno di legge sulle attività finanziarie digitali. Secondo il progetto di legge da presentare alla Duma, bastano le normative attuali per tassare miner e possessori di criptovalute, che nel caso delle persone fisiche equivale all’imposta sul reddito personale, pari al 13%.

Previous articleIl WWF ora accetta crypto grazie ad AidCoin
Next articleIl mining pronto a sbarcare in borsa
Fabio Carbone
Writer freelance dal 2013 ha studiato informatica e filosofia ed anche un pizzico di sociologia. Nel 2016 ha scoperto la crypto economy e da allora scrive di blockchain e criptovalute, per approfondire un movimento che non è fatto solo di esperti matematici e crittografi, ma di gente che genera una nuova economia dal basso. Scrive dello stesso argomento su vari siti web di settore. Scrive di Industria 4.0 ed economia digitale in generale.