La semplice domanda sul chi regola gli exchange di criptovalute nasconde in realtà una risposta molto complessa.

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Innanzitutto, va detto che non solo non esiste una regolamentazione globale per gli exchange di criptovalute, ma che anche a livello locale spesso non esiste una normativa specifica.

Gli USA sono un caso esemplificativo. Ogni singolo Stato US regola l’attività degli exchange in modo differente, alcuni la regolano in modo esplicito, mentre in molti altri Stati non c’è nessuna regolamentazione specifica.

Lo Stato di New York è quello con la regolamentazione più stringente, tanto che addirittura per poter offrire servizi di cambio di criptovalute sul suo territorio è necessario richiedere ed ottenere una specifica licenza.

Non sono pochi gli exchange, anche molto famosi ed utilizzati nel mondo, ad aver scelto di non consentire ai residenti dello Stato di poter operare sulle loro piattaforme proprio a causa della regolamentazione molto stringente.

In altri Stati degli USA non è necessaria una licenza per operare ma in ogni caso ognuno segue una propria regolamentazione.

Non risulta, tuttavia, che alcuno di questi Stati abbia una regolamentazione specifica per gli exchange di criptovalute, quindi sono semplicemente in vigore le norme che valgono per altri servizi simili.

Anche in altri Paesi del mondo è necessario ottenere una specifica licenza, a partire da Malta, lo Stato europeo in cui molti exchange stanno aprendo le loro sedi. Ma anche in Giappone ed in Corea del Sud, due dei più grandi mercati al mondo per lo scambio di criptovalute, per operare in questo settore è necessario ottenere una specifica licenza.

In questi casi, la necessità di ottenere una specifica licenza per poter operare come exchange di criptovalute fa sì che si debbano anche rispettare specifiche norme.

In Svizzera, invece, non è necessario richiedere una specifica licenza, ma è necessario ottenere comunque un’autorizzazione per dimostrare di essere a norma con le leggi anti-riciclaggio (AML).

“Benché sia considerata la crypto nation, la Svizzera non vanta exchanger con grossi volumi di scambio” osserva Lars Schlichting, Partner dello studio legale Kellerhals-Carrard. “Questa situazione è dovuta principalmente al fatto che in Svizzera il deposito di valute fiat richiede ad oggi un’autorizzazione bancaria, molto complessa da ottenere. Unicamente dal primo gennaio vi sarà un’autorizzazione fintech più facilitata, ma limitata al deposito fino a CHF 100 milioni. Stiamo tuttavia assistendo all’apertura di diversi nuovi exchangers in Svizzera e la situazione potrebbe cambiare nel prossimo futuro.”

In altri Paesi, come l’Italia, non ci sono né licenze né autorizzazioni, ma è richiesto solo il rispetto delle generiche norme vigenti per chi offre servizi online di scambio di asset finanziari.

Ciò, in realtà, crea più problemi di quanti non ve ne siano in Paesi che abbiano già invece una specifica regolamentazione, perché è difficile avere un’idea precisa di come si possano applicare norme precedenti ad un settore completamente nuovo.

Tanto che in Stati come l’Italia, privi di una specifica regolamentazione in materia, sono pochissimi gli exchange che abbiano deciso di porvi la propria sede, mentre a Malta o in Corea del Sud dove la regolamentazione sulle crypto è piuttosto precisa e affidabile, ce ne sono già diversi.

Un caso a parte sono quegli Stati come Hong Kong in cui non ci sono norme specifiche, ma quelle attuali sono generiche e non molto stringenti, favorendo quindi l’insediamento di attività di questo tipo.

Pertanto, la regolamentazione cambia da Stato a Stato e, in quelli in cui ci sono norme specifiche da seguire, sono le autorità locali di vigilanza sui mercati finanziari ad occuparsi della verifica del rispetto delle norme, per esempio come la SEC in America e la FINMA in Svizzera.