L’arrivo di un ETF, il metodo di investimento più popolare tra il pubblico retail, rischia di sconvolgere il mondo delle criptovalute con pro e contro.

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L’ETF “è diventata una questione di quando e non più di se”. A pensarlo è un noto investitore di Wall Street, grande fautore delle crypto. Ric Edelman è convinto che i fondi più popolari del mercato punteranno presto nelle monete digitali.

Da quando i gemelli Winklevoss hanno lanciato l’idea di un fondo comune di investimento nelle criptovalute, l’argomento ha riempito le prime pagine dei media del settore. Si tratterebbe infatti di uno strumento che porterebbe a un cambio di paradigma notevole.

PRO: Perché ETF sarebbe una svolta per le crypto

Essendo gli ETF il modo più semplice per consentire a chiunque di investire in un determinato settore o mercato, le crypto sarebbero in questo modo sdoganate definitivamente. Con tutti i pro e i contro del caso.

La SEC, l’autorità di controllo dei mercati statunitensi, ha dubbi legittimi che vanno chiariti prima che gli ETF crypto vedano la luce, ma “sono fiducioso che lo faranno”. “Alla fine assisteremo alla nascita di un ETF in bitcoin ed è a quel punto che mi sentirò a mio agio nel consigliare ai piccoli investitori comuni di partecipare”.

Bitcoin, Ethereum e simili si apprestano a fare un bel salto, facendo ingresso nel mondo degli investimenti tradizionali. Il primo ostacolo rimangono le autorità di controllo dei mercati.

I contro di un ETF crypto

Del bitcoin e delle crypto si teme la mancanza di una catena di custodia sicura, cosa che garantiscono invece gli altri asset di mercato. Inoltre alla SEC e alle altre autorità degli altri paesi non piace il fatto di non poter esercitare il controllo su eventuali manipolazioni dei prezzi.

Aprire a tutti, anche i piccoli investitori retail, l’opportunità di investire nelle crypto potrebbe essere un trampolino di lancio per il settore. Ma porta con sè anche dei rischi per la clientela in termini di frodi e perdite di denaro. Se il lancio avvenisse nei modi e tempi sbagliati rischierebbe di compromettere la credibilità del settore.

Il mondo crypto viene visto ancora con un certo scetticismo dai protagonisti del mercato finanziario tradizionale ed è importante che vengano trovate delle soluzioni ai problemi ancora esistenti.

Detto questo la mole e il ritmo degli investimenti fatti – e non solo l’interesse mostrato – dalle grandi banche e broker del mondo – anche negli Stati Uniti – potrebbe voler dire che il momento in cui vedremo un ETF in crypto si avvicina.

L’interesse dei grandi big della finanza


Malgrado i dubbi e gli avvertimenti delle autorità di regolamentazione dei mercati e i pericoli di frode e speculazioni, anche gli investitori istituzionali sono sempre più attratti dagli investimenti nelle valute crittografiche. Questo è un passo fondamentale per arrivare a un ETF associato alle crypto.

Ci sono aziende serie che ci stanno pensando. Fidelity ha fatto un annuncio importante sulla questione della custodia. Kingdom Trust e un numero di altri gruppi di alto profilo anche”, dice sempre Edelman alla CNBC. “Ho fiducia che in brevissimo tempo VanEck o Bitwise soddisferanno le richieste della SEC su questo punto”.

A maggio dell’anno scorso, per esempio, Goldman Sachs ha aperto un ufficio per le attività di trading di Bitcoin per i suoi clienti. Il mese successivo la Borsa di Chicago (CBOE) ha annunciato il lancio di contratti a termine su Ethereum, mentre esistono diversi futures legati alle criptovalute.

Dopo i futures legati alle crypto, un ETF?

Questi contratti consentono di speculare sull’andamento dei prezzi del Bitcoin e delle altre valute digitali anche se lo scambio di crypto è vietato in un determinato paese. Per chi vuole farlo ci sono due opzioni.

La prima è sulle piattaforme crypto come BitMEX e OKCoin. La seconda e quella di rivolgersi a borse tradizionali,. come la sopra citata Borsa di Chicago. Il fatto che questi exchange hanno offerto la possibilità di scambiare ‘future’ legati alle crypto è una delle ragioni per cui il prezzo del settore ha fatto un balzo a fine 2017.

I primi futures hanno visto la luce il 10 dicembre 2017 a Chicago. Una settimana dopo CME ha lanciato un prodotto analogo. E da quel momento anche broker e banche come TD Ameritrade e JP Morgan hanno iniziato a aggiungere alla propria offerta quel tipo di contratti.

ETF crypto: la domanda non manca

Coinbase offre anche un fondo di investimento dedicato alle criptovalute, ma l’accesso non è libero a tutti. Sono ammessi soltanto investitori accreditati negli Stati Uniti e benestanti. È richiesto infatti un patrimonio di partenza di almeno un milione di dollari e un reddito annuo di almeno 200mila dollari.

Tom Lydon, direttore editoriale di ETFTrends.com, sostiene di aver riscontrato una domanda notevole per un ETF in bitcoin. Ai microfoni dell’emittente CNBC ha riferito che il 74% dei consulenti finanziari intervistati ha detto che i clienti sono interessati.

La piattaforma CBOE ha di presentato domanda alla SEC per ottenere il permesso per lanciare un fondo ETF VanEck e SolidX in bitcoin a fine gennaio.

Fondi ETF 100% blockchain: ci vorrà più tempo

Se da un lato progetti di ETF che interessano le criptovalute sono di facile attuazione, non si può dire lo stesso per la lodata tecnologia alla loro base. È infatti ancora presto per assistere alla nascita di un fondo che sia veramente 100% blockchain.

Di ETF che investono in società attive nella blockchain ne esistono già dal 2018. Sono almeno dieci e a parte qualche esperienza negativa – uno ha chiuso nel febbraio di quest’anno – stanno riscontrando anche un certo interesse.

Le performance di mercato degli ETF in circolazione, però, non si possono assolutamente paragonare a quelle che ci si aspetterebbe da un fondo di investimento nella blockchain. Si parla di ritorni d’investimento nel 2018 in linea con quelle dell’indice S&P 500 della Borsa Usa.

Questo perché gli ETF in questione – due dei quali peraltro per volere della SEC hanno dovuto eliminare il sostantivo “blockchain” dal loro nominativo per scongiurare fini speculativi – investono in grosse aziende americane quotate. Sono ‘growth stocks” dai fondamentali solidi, che però non sono dedicate unicamente alla blockchain.

Gli ETF blockchain in circolazione

Siccome qualunque cosa associata alla blockchain o al settore crypto è immediatamente assalito dalle richieste degli investitori, l’ETF Reality Share Nasdaq Blockchain Economy si chiamerà Reality Shares NextGen Economy, mentre l’Amplify Blockchain Leaders si chiamerà invece Amplify Transformational Data Sharing.

I fondi in questione, come gli altri nati prima di loro, comprano titoli in aziende impegnate in progetti legati alla blockchain, ma non esclusivamente. Come JP Morgan tra le banche e IBM tra i gruppi di semiconduttori. Il timore è che basti pronunciare la parola blockchain tra gli investitori retail, per fare perdere loro il controllo.

È una questione complicata per un ETF. I prezzi di questi fondi ricalcano l’andamento delle azioni sottostanti. Se un piccolo ETF blockchain fa un balzo del +500% al suo esordio, mentre i titoli sottostanti non si muovono, si viene a creare un problema.

Tra le società su cui investono gli ETF blockchain attualmente disponibili si possono citare anche Intel, Microsoft, NVIDIA e Advanced Micro Devices. Per ora le imprese specializzate nello sviluppo della blockchain sono invece per lo più startup o gruppi impegnati in progetti ancora agli albori. Sono gruppi non ancora quotati in Borsa – o che non intendono farlo.

Il libro mastro immutabile e decentralizzato viene considerato all’unanimità la tecnologia innovativa del futuro, in grado di sconvolgere molteplici industrie. Non soltanto il mondo dei pagamenti elettronici, ma anche i settori automobilistico, alimentare, della cybersecurity e ospedaliero, solo per citarne alcuni.

Ma è una struttura ancora giovane, e le sue applicazioni nell’economia reale sono in divenire. La finanza cerca di anticipare le tendenze dell’economia reale, ma in questo caso non può fare altro che aspettare che la blockchain segua la sua normale evoluzione.

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Daniele Chicca
Laureato in lingue e letterature straniere all'Università di Bologna, con un anno da undergraduate presso la UCL di Londra. Giornalista professionista dal 2007, si è con il tempo specializzato in finanza, economia e politica. Dopo tre anni presso il desk di Reuters a Milano, ha lavorato per diverse testate, contribuendo tra le altre cose a portare a un incremento del traffico progressivo sul sito Wall Street Italia e offrendo servizi di vario genere da inviato per Radio Rai e per le agenzie stampa AGI e TMNews (ex Apcom). Al momento è responsabile della redazione, della linea editoriale e del coordinamento di un importante sito di informazione economica e finanziaria