Negli ultimi anni la tassazione delle criptovalute in Italia è diventata uno dei temi più complessi e controversi per investitori, professionisti e operatori del settore.
Dal 2023 in poi, ogni legge di bilancio ha introdotto modifiche, chiarimenti parziali o vere e proprie contraddizioni normative, contribuendo a creare un quadro instabile e difficile da interpretare.
Durante una recente live su Instagram, Stefano Capaccioli ha ripercorso l’evoluzione della normativa fiscale sulle cripto-attività, mettendo in evidenza criticità strutturali, ambiguità interpretative e conseguenze pratiche per i contribuenti.
Summary
Dal Far West pre-2023 alla prima vera norma sulle crypto
Prima del 2023, la tassazione delle criptovalute in Italia era caratterizzata da un vero e proprio vuoto normativo. In assenza di una disciplina specifica, contribuenti e professionisti si muovevano tra interpretazioni dell’Agenzia delle Entrate, prassi non sempre coerenti e un contenzioso destinato a emergere negli anni successivi.
La svolta arriva con la Legge di Bilancio 2023, che introduce per la prima volta una norma dedicata alle cripto-attività. L’impostazione è apparentemente semplice: le plusvalenze realizzate tramite cessione a titolo oneroso di criptovalute diventano imponibili. Tuttavia, già nella formulazione iniziale emergono problemi rilevanti.
La soglia dei 2.000 euro: soglia o franchigia?
Uno degli elementi più discussi è l’introduzione della soglia dei 2.000 euro. Nel testo normativo del 2023 non era chiaro se si trattasse di una soglia “secca” (oltre la quale l’intero importo diventa tassabile) o di una franchigia (tassazione solo sulla parte eccedente).
Il problema non è rimasto teorico: il software ministeriale utilizzato per le dichiarazioni del 2023 ha applicato la soglia come limite secco, mentre per il 2024 l’Agenzia delle Entrate ha adottato il criterio della franchigia.
Questo ha generato disparità di trattamento tra contribuenti e ha portato alcuni a pagare imposte più elevate l’anno precedente, aprendo anche la strada a richieste di rimborso.
L’aliquota: dal 26% al rischio del 33%
Altro punto critico riguarda l’aliquota applicabile. In origine, la tassazione delle plusvalenze crypto è stata fissata al 26%, in linea con quella dei redditi finanziari.
Successivamente, però, è emersa l’ipotesi di un aumento al 33%, inizialmente addirittura al 42%, poi ridimensionata. Come ha spiegato Capaccioli, la norma che prevede l’aumento al 33% non entra in vigore immediatamente, ma a partire dal 2026. Nonostante ciò, il solo annuncio ha avuto effetti immediati sulla fiducia degli investitori.
Secondo Capaccioli, una tassazione così elevata rischia anche profili di incostituzionalità, in quanto discriminerebbe un asset rispetto ad altri strumenti finanziari, violando il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Un sistema in continua mutazione
Il problema principale non è solo il livello di tassazione, ma l’instabilità del quadro normativo. Ogni anno cambiano regole, interpretazioni e applicazioni pratiche, rendendo estremamente difficile per i contribuenti pianificare in modo consapevole.
Questa incertezza ha già prodotto effetti concreti: alcuni investitori hanno scelto di trasferirsi all’estero, altri hanno ridotto la propria esposizione o rinviato operazioni, mentre una parte significativa ha semplicemente smesso di dichiarare, alimentando un problema di compliance fiscale.
Uno scenario che richiede chiarezza
L’evoluzione della tassazione crypto in Italia dimostra come il legislatore stia ancora cercando un equilibrio tra esigenze di gettito, controllo e innovazione. Tuttavia, senza una semplificazione reale e una maggiore stabilità normativa, il rischio è quello di allontanare capitali, competenze e sviluppo tecnologico dal Paese.
Amelia Tomasicchio
Editor in Chief and co-founder at The Cryptonomist
Twitter: @ametomasicchio
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