HomeCriptovaluteListing XRP su Coinbase, riesplodono le accuse di fee e “pay-to-play”

Listing XRP su Coinbase, riesplodono le accuse di fee e “pay-to-play”

Nella comunità crypto torna al centro del dibattito il tema del listing XRP su Coinbase, con vecchie accuse di commissioni richieste per l’integrazione che riemergono sui social.

Le vecchie accuse sul listing di XRP tornano a galla

La decisione di Coinbase di listare XRP è nuovamente sotto esame, mentre riaffiorano presunte richieste di pagamenti legate alle fee di quotazione e a condotte passate dell’exchange.

Da anni circola l’ipotesi che le principali piattaforme applicano somme elevate per inserire nuovi token, una pratica che i grandi operatori hanno sempre negato o minimizzato in modo deciso.

Nel 2023 il CTO di Ripple, David Schwartz, aveva sostenuto che Coinbase avesse rallentato intenzionalmente il listing, nonostante l’evidente potenziale di mercato dell’asset digitale.

Secondo il suo racconto, XRP sarebbe rimasto in sospeso per mesi perché Ripple non voleva pagare la fee richiesta dall’exchange per la quotazione, ritardando così l’operazione.

Schwartz ha poi spiegato che le due società avrebbero raggiunto un accordo, dopo il quale il token è stato finalmente inserito sulla piattaforma. Tuttavia, le stesse accuse contro l’exchange stanno riaffiorando ora con nuova forza.

Le critiche della community su X contro Coinbase

Sulla piattaforma X, il commentatore crypto Pumpius ha ripreso le parole di Schwartz, affermando che Coinbase avrebbe chiesto a Ripple milioni di dollari e che, dopo il rifiuto, avrebbe lasciato il token fuori dall’exchange.

Ha aggiunto che, una volta raggiunta un’intesa e completato il listing, XRP sarebbe arrivato rapidamente a generare circa il 20% dei ricavi della piattaforma, sottolineando il peso economico del token per l’exchange.

Secondo Pumpius, l’episodio rappresenterebbe un “classico pay-to-play” nel mondo crypto “decentralizzato”. Inoltre, ha accusato Coinbase di presentarsi come alleata della community mentre in realtà eserciterebbe una pressione economica sui progetti.

A suo dire, l’exchange agirebbe come una sorta di “protection racket” che obbliga i team a pagare per essere listati, mascherando questo comportamento dietro la retorica del sostegno agli utenti e all’innovazione.

Ha commentato che Coinbase parla molto di supporto alla community e all’innovazione, ma che, nei fatti, i progetti avrebbero dovuto “pagare prima” per accedere alla piattaforma, sollevando dubbi sulla reale coerenza del messaggio pubblico.

Inoltre, il commentatore ha posto interrogativi più ampi, chiedendosi se l’exchange abbia applicato richieste simili anche ad altri emittenti e quanti token potrebbero essere tuttora esclusi a causa di dispute economiche.

Accuse più ampie e collegamenti con il quadro normativo

Altri utenti su X hanno appoggiato questa lettura critica; uno di loro ha spinto oltre, arrivando ad accusare l’exchange di vera e propria estorsione nelle sue pratiche di listing.

Un altro commentatore ha suggerito che l’approccio di Coinbase al Clarity Act rappresenti una nuova forma di pressione indiretta su XRP, collegando la linea politica dell’azienda alla gestione del token.

L’exchange ha già ritirato il proprio sostegno al disegno di legge a causa di un emendamento che potrebbe limitare i rendimenti sulle stablecoin, tema che incide direttamente su una parte importante del settore.

Il CEO Brian Armstrong ha affermato che una norma che blocchi i rendimenti sulle stablecoin danneggerebbe l’innovazione e gli utenti crypto, posizionando Coinbase in contrapposizione a regolatori troppo restrittivi.

Nel frattempo, i regolatori statunitensi classificano oggi XRP come una commodity digitale, non come security, aprendo la strada a un’adozione più ampia da parte di grandi banche e istituzioni finanziarie.

Nel mese di marzo, la SEC e la CFTC negli Stati Uniti hanno inserito XRP in un elenco di 16 asset, insieme a Bitcoin, Ethereum, Solana, Cardano e Dogecoin, all’interno di un quadro condiviso.

Come Coinbase seleziona i token: il manuale sul processo di listing

Già lo scorso anno Coinbase era finita al centro delle critiche per presunte richieste di denaro legate all’inserimento di token, con interrogativi diretti sul funzionamento interno delle procedure di selezione.

Per rispondere alle polemiche, la piattaforma ha pubblicato un manuale dettagliato sul proprio processo di quotazione, con l’obiettivo dichiarato di rassicurare la community e dimostrare che il listing XRP su Coinbase non dipende da pagamenti.

Nel documento, l’exchange ha descritto un processo di valutazione in cinque fasi, che copre la raccolta delle candidature e l’analisi di business, oltre a verifiche giuridiche, di compliance e di sicurezza tecnica.

Coinbase ha sintetizzato così i benefici di una quotazione: un accesso a una piattaforma con forte liquidità, base utenti globale e operatività testata in diversi cicli di mercato, in un contesto impostato su fiducia e sicurezza.

La società ha inoltre indicato gli ostacoli principali che incontra, tra cui le valutazioni sul rischio di essere considerate securities, legate alle informazioni pubbliche e alle attività promozionali dei progetti.

Detto ciò, l’exchange ha spiegato che la due diligence standard richiede di norma circa 1 settimana, mentre il trading viene attivato entro circa 2 settimane dall’approvazione, salvo casi più complessi.

Coinbase supporta già reti come Ethereum, BNB, Solana, Arbitrum, Optimism, Polygon e Avalanche; i token basati su queste infrastrutture vengono esaminati più rapidamente rispetto a quelli che richiedono nuove integrazioni tecniche.

Una controversia ancora aperta sul modello di business degli exchange

Nel complesso, la controversia sul listing XRP su Coinbase riaccende il dibattito sul modello di business degli exchange centralizzati e sul reale peso delle fee dietro le scelte di quotazione.

Da un lato la piattaforma insiste su criteri strutturati, con controlli di conformità e sicurezza, dall’altro una parte della community continua a sospettare accordi economici opachi con gli emittenti.

La discussione, alimentata dalle dichiarazioni di figure come David Schwartz e dai commenti degli utenti su X, evidenzia la richiesta di maggiore trasparenza nei rapporti tra progetti e grandi operatori di mercato.

Amelia Tomasicchiohttps://cryptonomist.ch
Esperta di digital marketing, Amelia inizia a lavorare nel settore fintech nel 2014 dopo aver scritto la sua tesi di laurea sulla tecnologia Bitcoin. Precedentemente è stata un'autrice di diversi magazine crypto all'estero e CMO di Eidoo. Oggi è co-founder di Cryptonomist, e di Econique.art. E' stata nominata una delle 30 under 30 secondo Forbes. Amelia è stata anche insegnante di marketing presso Digital Coach e ha pubblicato un libro "NFT: la guida completa'" edito Mondadori. Inoltre è co-founder del progetto NFT chiamato The NFT Magazine, oltre ad aiutare artisti e aziende ad entrare nel settore. Come advisor, Amelia è anche coinvolta in progetti sul metaverso come The Nemesis e OVER.
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