Nel dibattito sui mercati macro, la correlazione Bitcoin petrolio viene spesso data per scontata, ma un’analisi empirica di lungo periodo racconta una storia diversa.
Summary
Non esiste una relazione stabile tra rendimenti di Bitcoin e petrolio
Uno studio su dieci anni di dati settimanali, dal 2016 al 2026, per un totale di 532 osservazioni, mostra che i rendimenti di Bitcoin e del petrolio greggio si comportano come processi statisticamente indipendenti.
La ricerca utilizza metodologie econometriche avanzate, tra cui modelli DCC-GARCH, regressioni a finestra mobile e test di causalità alla Granger, per misurare in modo robusto legami di breve e medio periodo.
Tuttavia, emerge un’unica fase di correlazione significativa tra il 2020 e il 2022, anni caratterizzati da politiche monetarie estremamente espansive e da condizioni di liquidità senza precedenti sui mercati globali.
In quel periodo il coefficiente di regressione tra i due rendimenti risulta pari a β = 0,34 con un R² = 0,069, valori che indicano una relazione positiva ma comunque limitata nella capacità esplicativa.
Detto ciò, fuori da quella finestra temporale la correlazione stimata è statisticamente indistinguibile da zero, suggerendo che ogni relazione osservata sia episodica e legata al contesto macro.
Come la correlazione Bitcoin petrolio cambia nelle fasi di stress
La fase 2020–2022 appare meglio spiegata da un fattore di liquidità comune, piuttosto che da un nesso causale diretto tra mercato delle criptovalute e quotazioni del greggio.
In altri termini, quando le banche centrali hanno inondato di liquidità i mercati, sia gli asset digitali sia il petrolio hanno beneficiato dello stesso vento favorevole, senza che uno guidasse l’altro.
Inoltre, l’analisi per sottoperiodi conferma che, al di fuori di condizioni monetarie eccezionali, i movimenti dei prezzi del greggio non risultano predittivi per i rendimenti della principale criptovaluta.
La crisi di Hormuz come stress test della capacità difensiva di Bitcoin
Un banco di prova cruciale arriva tra il 23 febbraio e il 18 marzo 2026, quando il mercato sconta rischi di interruzione delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz.
In quelle settimane il Brent mette a segno un balzo di circa +46%, riflettendo timori geopolitici e tensioni sull’offerta fisica di petrolio.
Nello stesso intervallo temporale, BTC registra un rialzo di circa +15%, superando nettamente l’indice Nasdaq, fermo a circa +1%, e l’oro, in calo di circa −3%.
Inoltre, dall’osservazione dei dati emerge un chiaro schema in tre fasi nella reazione del mercato delle criptovalute alla crisi di Hormuz.
I primi tre giorni sono caratterizzati da una debolezza iniziale, seguiti da una fase di assorbimento laterale tra il quarto e il quattordicesimo giorno, e infine da un rally autonomo tra il quindicesimo e il ventiquattresimo giorno.
Il ruolo decisivo del capitale istituzionale durante la crisi
Nel periodo più intenso della crisi, tra il 2 e il 17 marzo 2026, i deflussi e afflussi sui prodotti quotati mostrano un ruolo centrale degli investitori istituzionali.
I soli ETF spot su BTC registrano afflussi netti per circa 1,7 miliardi di dollari, contribuendo in modo rilevante a sostenere la domanda in un contesto di forte incertezza macro.
In parallelo, il cosiddetto Coinbase Premium torna positivo a inizio marzo, segnalando un’attività di acquisto più intensa nel mercato spot statunitense rispetto ad altre piazze.
Inoltre, gli acquisti da parte di tesorerie aziendali restano attivi per tutta la durata dell’episodio, indicando che parte del corporate si è mossa per accumulare esposizione nel pieno della volatilità.
Nel complesso, tre canali di domanda indipendenti – flussi negli ETF, acquisti sui mercati spot USA e accumulo societario – assorbono lo shock e sostengono il successivo movimento rialzista.
Gli shock petroliferi aumentano la volatilità, non la direzione dei prezzi
L’effetto degli shock sul petrolio si manifesta soprattutto sulla volatilità di breve periodo di Bitcoin, più che sulla direzione dei rendimenti attesi.
In linea con i risultati di Ali et al. (2025), gli aumenti improvvisi del prezzo del greggio amplificano il secondo momento statistico, cioè la varianza dei rendimenti, senza determinare un segno chiaro per il primo momento.
Detto ciò, gli eventi geopolitici legati al petrolio paiono oggi più inclini a generare punti di ingresso tattici nei portafogli che non rischi di lungo periodo, in un mercato ancorato dalla presenza istituzionale.
Perché i credit event crypto restano il vero rischio per Bitcoin
Uno sguardo al passato conferma questo schema: nel 2022, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il principale asset digitale è salito di circa +24% nelle quattro settimane successive.
La successiva fase ribassista non è stata innescata dal petrolio, bensì da eventi di credito interni al settore, come il collasso dell’ecosistema Terra/Luna e la crisi del fondo Three Arrows Capital.
Inoltre, questi episodi indicano che i rischi sistemici più rilevanti per il mercato delle criptovalute restano le fragilità del credito e della leva finanziaria all’interno dell’ecosistema stesso.
Conclusioni: implicazioni operative per investitori e analisti
Nel complesso, l’evidenza empirica suggerisce che il petrolio influenza soprattutto la volatilità di breve termine e il sentiment, più che il trend di fondo del prezzo di BTC.
Per gli investitori istituzionali e retail, le tensioni geopolitiche sul greggio sembrano creare soprattutto finestre di allocazione, mentre gli eventi di credito nativi del settore rimangono il rischio principale da monitorare con attenzione.

