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AI nella creatività: cosa cambia davvero per i brand

AI nella creatività: cosa cambia davvero per i brand

Alla HUMAN X Conference, Abhay Parasnis di Typeface, Jessica Powell di AudioShake e Mikayel Vardanyan di Picsart hanno spiegato che l’AI nella creatività non elimina il valore umano, ma sposta il vantaggio competitivo su rilevanza, personalizzazione, gusto, fiducia e capacità di orchestrare workflow sempre più complessi.

Il panel moderato da Nora Ali ha affrontato una domanda cruciale per marketer, team media e aziende tecnologiche: come sta cambiando la creatività quando la produzione di contenuti accelera alla velocità dell’AI? La risposta emersa è netta. Oggi il problema non è più soltanto creare contenuti in fretta. Il vero nodo è creare contenuti rilevanti, contestuali, coerenti con il brand e credibili per il pubblico.

In sintesi: l’AI riduce drasticamente tempi e costi di produzione, ma rende più importante ciò che non può essere standardizzato facilmente. La cosa più importante è che il valore si sposta dalla semplice esecuzione alla qualità delle decisioni.

HUMAN X Conference: il nuovo equilibrio tra velocità e qualità

Il confronto ha coinvolto tre prospettive complementari. Abhay Parasnis, per Typeface, ha portato il punto di vista dell’AI applicata al marketing personalizzato. Jessica Powell, per AudioShake, ha mostrato come l’AI possa trasformare workflow audio prima impossibili o troppo lenti. Mikayel Vardanyan, per Picsart, ha descritto una visione più ampia, in cui agenti e modelli multipli riducono l’attrito operativo per creator e team.

Il contesto conta. Non si tratta di un dibattito teorico sull’automazione, ma di una riflessione pratica su come campagne, asset e processi creativi stiano già cambiando nelle organizzazioni.

AI nella creatività: dove sparisce l’attrito e dove resta il collo di bottiglia

Secondo Parasnis, l’AI ha già abbattuto due frizioni storiche: costo e tempo di creazione dei contenuti. Con modelli sempre più efficaci su testo, immagini, video e audio, produrre non è più il principale ostacolo. Il collo di bottiglia si sposta altrove: sulla capacità di essere rilevanti in tempo reale e di personalizzare davvero messaggi e touchpoint.

Questo significa che l’abbondanza di contenuti non garantisce automaticamente efficacia. Anzi, può aumentare il rumore.

I nuovi freni sono soprattutto tre:

  • rilevanza nel momento giusto
  • personalizzazione profonda su audience, prodotto e canale
  • giudizio umano su qualità, tono e opportunità

Parasnis mette il punto su un aspetto decisivo: quando tutti accedono a piattaforme simili, il vantaggio non sta solo nello strumento, ma in come si applicano giudizio, fiducia e voce del brand.

Che cosa significa “gusto” nell’era dell’AI

Una delle idee più forti emerse dal panel è che il “gusto” non abbia una definizione universale. Parasnis lo collega al contesto: B2B e B2C hanno criteri diversi; acquisition ed engagement rispondono a logiche differenti. Proprio per questo il gusto è difficile da automatizzare completamente.

Il gusto, in questo scenario, significa capacità di giudizio. Significa capire quale messaggio inviare, a chi, quando e in quale forma. Significa anche evitare comunicazioni esteticamente corrette ma strategicamente irrilevanti.

Per Typeface, un elemento centrale del gusto è la rilevanza estrema. Un brand che comunica senza tenere conto della relazione già esistente con il cliente genera frizione, non valore. In un ecosistema saturo di contenuti, anche un asset ben fatto perde efficacia se arriva fuori contesto.

La seconda componente è la fiducia. Parasnis lega il concetto di gusto anche alla percezione di autenticità e attendibilità del messaggio. In un ambiente dove i contenuti AI-generated diventano sempre più comuni, il brand deve trasmettere coerenza e correttezza, non solo brillantezza creativa.

Domanda chiave: come si costruisce fiducia con contenuti generati dall’AI?

Risposta: la fiducia si costruisce con comunicazioni più pertinenti, meno invasive e più coerenti con il profilo reale del cliente.

Parasnis ha citato il caso di una grande società telecom statunitense che inviava email uguali a milioni di utenti, pur disponendo di molti dati contestuali su piani, comportamenti d’acquisto e profili di consumo. L’intervento non è stato “produrre più contenuti”, ma inviare contenuti meno numerosi e più mirati. Il risultato riportato è stato un miglioramento di circa il 93% nel click-through rate e nelle conversioni a valle, grazie a messaggi più rilevanti per ciascun segmento.

La lezione strategica è chiara: la personalizzazione efficace non coincide con la moltiplicazione degli output. Coincide con una migliore selezione del messaggio.

Come evitare l’omologazione dei contenuti AI

Il rischio di omologazione è stato affrontato in modo esplicito. Parasnis richiama il problema dell’“AI slop”: quando molti usano strumenti simili con logiche simili, i risultati iniziano ad assomigliarsi.

La risposta di Typeface si basa su due livelli.

  • Brand context e system of record

L’idea è addestrare i sistemi con il contesto specifico del brand: voce, cataloghi prodotto, audience, dati e analytics. In questa logica, il valore non deriva solo dal modello di base, ma dallo strato di contesto che rende l’output distintivo e utile per quello specifico business.

  • Orchestrazione cross-channel

La personalizzazione non può fermarsi a un solo touchpoint. Parasnis sottolinea che una email personalizzata che porta tutti sulla stessa landing page non crea una vera esperienza rilevante. Per questo diventa fondamentale coordinare email, web e social in un’unica logica di personalizzazione.

Questo significa che il futuro dell’AI nel marketing non è solo generare asset più velocemente. È orchestrare coerenza tra asset, canali e momenti del customer journey.

AudioShake: quando l’AI rende possibile ciò che prima non lo era

Jessica Powell ha aggiunto una prospettiva molto utile perché distingue tra AI generativa e altre applicazioni del machine learning. Nel caso di AudioShake, la tecnologia citata è la source separation, cioè la separazione delle componenti di un audio esistente. In termini semplici, source separation significa isolare voce, musica, rumore o altri elementi da una stessa traccia sonora.

Questa capacità cambia i workflow in due modi.

Il primo è produttivo: consente di lavorare più velocemente su contenuti broadcast, social e post-produzione.

Il secondo è ancora più interessante: rende utilizzabili materiali che prima non lo erano affatto. Powell fa esempi concreti, come clip registrate in ambienti rumorosi o contenuti che non potevano essere pubblicati per via della musica di sottofondo. In questi casi l’AI non accelera soltanto. Sblocca possibilità creative e distributive nuove.

Domanda chiave: dove entra il giudizio umano nei workflow creativi potenziati dall’AI?

Risposta: entra nel momento in cui il sistema produce componenti o opzioni, ma serve un esperto per decidere forma finale, resa estetica e priorità creative.

Powell spiega che, una volta separate le tracce audio, ogni decisione successiva resta profondamente umana. Un audio engineer, un team di post-produzione o un professionista A&R applicano anni di esperienza per stabilire come deve suonare un mix, come adattarlo a un formato o come valorizzarlo in un nuovo contesto.

La cosa più importante è questa: l’AI amplia il margine d’azione del talento umano, non ne cancella la funzione nei passaggi ad alto impatto qualitativo.

Picsart: meno scelta tecnica, più focus sul problema da risolvere

Mikayel Vardanyan ha affrontato un tema sempre più attuale: la fatica decisionale causata dalla proliferazione dei modelli. Per l’utente finale, capire quale modello usare per video, immagini o altri task è spesso un overhead inutile. Picsart prova a ridurre questo attrito integrando numerosi modelli e facendoli lavorare dietro le quinte in base al caso d’uso.

Qui emerge un altro passaggio rilevante: con l’aumento dell’automazione, servono figure capaci di orchestrare. Vardanyan parla di persone in grado di comprendere processo, gusto, qualità e momento giusto di applicazione. Non basta usare strumenti AI. Bisogna saperli coordinare dentro un obiettivo di business.

Interessante anche la sua osservazione sul gusto come fenomeno sperimentale. In molti casi, ciò che funziona davvero non coincide con il gusto personale di chi crea, ma con ciò che risuona presso pubblici specifici, come Gen Z o Millennial. Questo riporta la creatività AI-driven su un terreno molto concreto: test, risposta del pubblico e adattamento continuo.

Le skill che contano davvero nell’AI-driven creative economy

Nel finale, il panel si è spostato su team, ruoli e competenze. Jessica Powell ha valorizzato il ruolo del generalista, soprattutto in contesti dinamici come startup e team agili. Una persona capace di muoversi tra design, social, comunicazione e contenuti può generare un grande vantaggio operativo, pur restando utile affiancarla a specialisti dove serve profondità.

Vardanyan ha rafforzato questa visione con una lettura più ampia: capire come funziona il business in orizzontale, dal prodotto alla finanza, dai bisogni utente agli strumenti AI, diventa una competenza decisiva. La sua idea è che il mercato favorirà sempre più figure ibride e persino solopreneur capaci di fare leva sull’automazione.

E quando, in chiusura, ad Abhay Parasnis viene chiesto quale skill scegliere oggi in due parole, la risposta è immediata: “taste and trust”.

Cosa devono fare ora brand e team creativi

Da questo panel emerge una direzione precisa.

  • velocizzare la produzione non basta più
  • la rilevanza è una leva competitiva primaria
  • la personalizzazione deve essere contestuale e cross-channel
  • il giudizio umano resta decisivo nei momenti ad alto valore
  • le competenze più forti combinano adattabilità, business literacy e senso critico

In sintesi: l’AI nella creatività non abbassa l’asticella. La sposta. Meno peso sulla produzione pura, più peso su strategia, coerenza, fiducia e capacità di interpretare ciò che conta davvero per il pubblico.

FAQ

Che cosa significa AI nella creatività?

AI nella creatività significa usare sistemi di intelligenza artificiale per accelerare, ampliare o rendere possibile la produzione di contenuti in formati come testo, immagini, video e audio. Nel panel HUMAN X, però, è emerso che il vero valore nasce quando l’AI viene guidata da contesto, gusto e obiettivi di business.

L’AI sostituirà i creativi?

Dal confronto non emerge una sostituzione lineare dei creativi. Emerge piuttosto una trasformazione dei ruoli. Quando creare costa meno e richiede meno tempo, diventano più importanti il giudizio umano, la capacità di scegliere, il controllo della qualità e la coerenza del brand.

Come si evita che i contenuti AI sembrino tutti uguali?

La risposta indicata nel panel è usare contesto proprietario, dati di brand, conoscenza del pubblico e orchestrazione cross-channel. Senza questi elementi, l’output rischia di assomigliare a quello di chiunque altro usi gli stessi modelli di base.

Quali competenze servono oggi per lavorare nella creatività con l’AI?

Servono sia adattabilità generalista sia competenze specialistiche. In particolare, i relatori hanno evidenziato il valore di gusto, fiducia, comprensione del prodotto, conoscenza del business e capacità di lavorare tra funzioni diverse.

Perché la personalizzazione è così importante?

Perché, quando la produzione di contenuti si industrializza, ciò che differenzia davvero un brand è la capacità di inviare il messaggio giusto, alla persona giusta, nel momento giusto. La personalizzazione rilevante migliora esperienza, fiducia e performance.

Per approfondire l’arte nella creatività e il suo impatto, è utile esplorare anche percorsi formativi come quelli offerti da LABA o istituti specializzati come SAE Institute.

Infine, per chi vuole restare aggiornato sulle ultime novità tecnologiche, segnaliamo il lancio di Grok 3 API, l’alternativa di Elon Musk per GPT-4o, ora disponibile per sviluppatori, e strumenti innovativi come TurboLearn AI, che trasforma PDF, video e audio in note personalizzate, quiz e flashcard.

Francesco Antonio Russo
Francesco Antonio Russo è un analista e divulgatore nel settore delle criptovalute, del Web3 e dell’Intelligenza Artificiale. Da più di 6 anni studia l’evoluzione dei mercati digitali e delle tecnologie decentralizzate, con particolare attenzione all’impatto economico e sociale della blockchain. Su Cryptonomist approfondisce trend, regolamentazioni e innovazioni, offrendo contenuti accurati e comprensibili anche ai non addetti ai lavori.
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