L’inflazione in Argentina è tornata a superare il 50% su base annua e questo potrebbe spostare l’interesse della popolazione su bitcoin e le valute virtuali. Potrebbe quindi essere questa una soluzione per l’economia del Paese?

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La banca centrale argentina ha dei grossi problemi nel controllare l’inflazione, nonostante le politiche di austerità del governo Macrì.

La banca centrale dell’Argentina ha infatti provato a contenere l’inflazione attraverso l’aumento dei tassi di interesse, strumento normale della politica monetaria, ma non è riuscita nel proprio obiettivo, nonostante i tassi applicati siano, oggettivamente, impressionanti.

Con tassi di inflazione a questo livello gli argentini passeranno a bitcoin? Se valutiamo i volumi di Localbitcoins in Pesos argentini sembra che ci sia una vera e propria esplosione dell’uso di BTC nel Paese Sudamericano.

Si tratta però di dati che non considerano il fenomeno inflazionistico e quindi la svalutazione della valuta fiat nei confronti di quella virtuale. Se valutiamo invece le movimentazioni dal punto di vista di bitcoin abbiamo dei valori completamente diversi.

C’è stato sicuramente un risveglio dell’interesse in bitcoin, ma risulta difficile parlare di esplosione di entusiasmo.

Comunque, BTC e le valute virtuali si stanno diffondendo sempre di più nel Paese Sudamericano perché sono un elemento di tutela della ricchezza mobile personale. Già 37 città e sistemi di trasporto pubblico in Argentina accettano bitcoin come strumento di pagamento ed il numero di sportelli automatici per acquistare o vendere bitcoin è in crescita.

Recentemente, il governo Macrì, che già aveva annunciato un certo interesse nella valuta virtuale, ha concluso un accordo con Binance Lab, il venture capital che fa capo all’exchange, per lo sviluppo di incubatori tecnologici nel Paese nel quale il governo entrare con capitali pari a quelli dell’exchange.

Tim Draper si è spinto addirittura a consigliare l’abbandono del Peso argentino, da sostituire con bitcoin al fine di attrarre un maggior numero di investitori esteri tramite una valuta più stabile.

L’introduzione di BTC potrebbe stabilizzare l’inflazione argentina, come lo farebbe la completa dollarizzazione del sistema economico, cioè la sostituzione del dollaro alla moneta nazionale. L’economia argentina è piuttosto chiusa, con un’apertura all’estero limitata.

L’import e l’export sommati pesano solo per il una quota dal 10 al 20% del PIL: l’export è poi costituito da produzioni primarie, soprattutto agricole, che non si possono aggiustare a movimenti della moneta nazionale così come avviene per le produzioni manifatturiere.

Quindi abbiamo un sistema chiuso che però è molto sensibile a fattori di carattere esterno come, ad esempio, una cattiva stagione di produzione della soia, principale prodotto esportato da Buenos Aires.

Un calo nei valori dell’export comporta un minor valore di tutta la produzione nazionale, e quindi una svalutazione del peso rispetto al dollaro. Se sostituissimo il pesos con BTC il risultato sarebbe che, in caso di eventi climatici che facessero cadere la produzione agricola, il valore di BTC non varierebbe, ma a svalutarsi sarebbero le remunerazioni di tutte le attività non direttamente collegate alla produzione agricola stessa.

Per fare un esempio: se nell’anno buono il produttore di soia spende un bitcoin per comprare scarpe, nell’anno cattivo avremmo che potrebbe spendere solo mezzo BTC, per cui ad andare in crisi sarebbe il settore calzaturiero ed avremmo una spinta ad una forte deflazione salariale. Le conseguenze per gli argentini sarebbero comunque negative.

Quindi bitcoin può costituire una soluzione al problema della singola persona, ma difficilmente può esserlo per il sistema economico argentino nel suo complesso, la cui cura deriva da politiche economiche ed industriali più complesse.