Hashrate Bitcoin: la Cina torna seconda nel mining
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Hashrate Bitcoin: la Cina torna seconda nel mining

By Marco Cavicchioli - 18 Mag 2022

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L’anno scorso il ban del mining di Bitcoin in Cina aveva portato l’hashrate complessivo del Paese praticamente ad azzerarsi

La storia del mining di Bitcoin in Cina

Dopo un primo periodo di paura, i miner cinesi hanno iniziato lentamente a riaccendere le loro macchine, soprattutto nel caso in cui potessero facilmente tenerle nascoste. 

Nonostante le numerose iniziative delle autorità locali volte a cercare di bloccare una nuova proliferazione di questa attività nel Paese, una recente ricerca ha svelato che la Cina ultimamente è tornata ad essere il secondo Paese al mondo per hashrate. 

Chi fa più mining nel mondo insieme alla Cina?

La University of Cambridge ha aggiornato la sua Bitcoin Mining Map fino a gennaio 2022, dalla quale emerge chiaramente che al primo posto ci sono ancora gli USA con il 38% dell’hashrate mondiale, mentre al secondo posto è risalita la Cina con il 21%. 

Al terzo posto c’è il Kazakistan con il 13%, ovvero la principale meta di espatrio dei miner cinesi durante la fuga dalla Cina dell’anno scorso. 

Al quarto c’è il Canada con più del 6%, mentre al quinto c’è la Russia con quasi il 5%. 

Questi cinque paesi messi insieme detengono circa l’83% di tutto l’hashrate mondiale di Bitcoin. Seguono Germania, Malaysia e Irlanda. 

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La Cina seconda al mondo per hashrate nel mining di Bitcoin

In che modo sta aumentando l’hashrate di Bitcoin

Da notare che negli ultimi mesi l’hashrate totale è aumentato in modo significativo, quindi è possibile che questo incremento, avvenuto durante un periodo di forte calo del valore di BTC, sia stato in qualche modo guidato dal ritorno dei miner cinesi. 

Oltretutto, stando ai dati di University of Cambridge, già a settembre 2021 i cinesi erano tornati a minare Bitcoin in grande stile, ovvero solo quattro mesi dopo il ban e tre mesi dopo la chiusura praticamente di tutte le mining farm. 

Già ad ottobre l’hashrate complessivo era tornato ai livelli pre-ban, con la profittabilità che negli ultimi mesi è finita per scendere abbondantemente sotto i livelli di aprile 2021. 

La profittabilità del mining di Bitcoin è scesa fino a tornare ai livelli di novembre 2020, quando il prezzo di Bitcoin era di poco superiore ai 10.000$ e l’hashrate globale era di poco superiore alla metà di quello attuale. 

Quindi, se in un primo momento i miner cinesi si sono fatti spaventare dal ban spegnendo tutte le macchine, dopo pochi mesi le hanno riaccese ed ormai sono tornati a minare Bitcoin alla grande. 

Secondo le informazioni raccolte da University of Cambridge pare che i miner cinesi stiano utilizzando VPN per nascondere alle autorità le loro attività, anche se difficilmente potranno nascondere i loro consumi energetici. 

Inoltre, il loro ultimo report rivela che una quantità “non banale” di miner cinesi non riterrebbe in realtà il ban un grosso problema. 

È possibile che si siano spostati all’interno del vasto Paese alla ricerca di zone in cui le autorità sono meno severe riguardo il mining, ed in cui il rischio di aver problemi legati ai consumi energetici ed all’inquinamento delle emissioni siano inferiori. 

Marco Cavicchioli

"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".

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