Weekend all’insegna della fake news su PayPal
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Weekend all’insegna della fake news su PayPal

By Marco Cavicchioli - 10 Ott 2022

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Sabato si è diffusa soprattutto su Twitter la notizia che la nuova policy di PayPal li avrebbe autorizzati a prelevare 2.500 dollari direttamente dai conti dei loro utenti qualora questi avessero promosso la “disinformazione”.

Questa notizia, apparentemente clamorosa, ha fatto il giro del web in pochissime ore, scatenando un’orda di reazioni negative. 

Molti hanno iniziato a suggerire di abbandonare PayPal e persino il suo celeberrimo co-fondatore Elon Musk ha espresso pubblicamente un giudizio negativo sulla notizia.

Ad esempio il co-fondatore e CEO di Llightspark, David Marcus, ex capo del progetto Libra di Facebook, ha scritto: 

“Il nuovo AUP di PayPal va contro tutto ciò in cui credo. Una società privata ora può decidere di prendere i tuoi soldi se dici qualcosa con cui non sono d’accordo. Follia”. 

Le policy assurde di PayPal e la fake news

Questa bagarre si era scatenata dopo che sulla pagina degli aggiornamenti dell’AUP (Acceptable Use Policy) del sito web ufficiale di PayPal era stato pubblicato per l’appunto un aggiornamento che inseriva esplicitamente la promozione della disinformazione tra i comportamenti vietati agli utenti del sito. 

Il fatto è che tali ipotetiche violazioni possono essere punite anche con una sanzione di importo pari o inferiore a 2.500$, che viene comminata con addebito diretto sul conto PayPal degli utenti che le effettuano. 

Pertanto l’ondata di indignazione che si è scatenata tra sabato e domenica è assolutamente giustificata. Se ne possono mettere in discussione solo l’ampiezza e la portata. 

Infatti il giorno seguente, come riferisce Yahoo, la società ha fatto marcia indietro giustificando l’accaduto come un errore. 

Hanno dovuto ammettere che avevano pubblicato un aggiornamento dell’AUP che includeva l’ipotesi che PayPal potesse sanzionare i suoi utenti per disinformazione, ma hanno anche dichiarato che tale pubblicazione era solo frutto di un errore, e che la società non ha mai realmente avuto intenzione di farlo.

In altre parole, stando alle dichiarazioni ufficiali della società, si potrebbe interpretare l’accaduto come frutto di un’azione arbitraria di qualche dipendente che in qualche modo ha potuto modificare il testo di quella pagina a piacimento. 

PayPal ha poi anche dichiarato che il loro team stava lavorando per correggere le pagine della policy, tanto che in effetti ora il passaggio controverso non risulta più essere online. 

Il fatto è che l’aggiornamento delle policy in effetti c’è stato, sebbene si tratti solamente di un aggiornamento marginale, ma da questo è stato tolto il passaggio riferito alla disinformazione. 

Ad esempio rimangono vietati la promozione di odio, violenza, intolleranza razziale o altre forme di intolleranza discriminatoria.

L’aggiornamento entrerà in vigore il 3 novembre, quindi in realtà non è stato ancora modificato e le novità non sono state ancora applicate. Per ora è solamente stato pubblicato l’avviso in cui si informano gli utenti dei loro servizi di come varierà la policy aziendale a partire da questa data. 

Tra queste novità pubblicate nell’avviso, sabato era comparso anche un divieto di “invio, pubblicazione o pubblicazione di messaggi, contenuti o materiali” che “promuovono la disinformazione”. 

Sempre sulle loro pagine dedicate alla policy si può leggere esplicitamente che violare queste regole avrebbe potuto essere punito con una sanzione fino a 2.500$ perché la società in tal caso ne riceverebbe un danno, tanto da doversi sobbarcare la spesa per rilevare queste violazioni e far fronte agli eventuali danni reputazionali.

La reputazione di PayPal è a rischio?

Va detto che da un po’ di tempo a questa parte la società sta inasprendo le proprie policy e gli interventi contro i propri stessi utenti. 

Di sicuro ha l’obbligo di legge di verificare, e possibilmente impedire, che i suoi servizi di pagamento vengano utilizzati per scopi illeciti, ma c’è anche dell’altro. 

Come affermato nel comunicato sulla rimozione della violazione per disinformazione, PayPal sembra ormai davvero intenzionata a difendere la propria reputazione da utilizzi dei suoi servizi che possano danneggiarla. 

Sebbene sia difficile comprendere come la disinformazione eventualmente promossa dai loro utenti potrebbe danneggiare la loro reputazione, è tuttavia possibile immaginare che alcuni disinformatori professionisti potrebbero venire pagati ad esempio attraverso PayPal, e questo potrebbe in effetti danneggiare la loro reputazione nel caso in cui venisse scoperto e reso pubblico. 

Esistono, infatti, delle vere e proprie organizzazioni a scopo di lucro che producono e distribuiscono online disinformazione prodotta spesso con lo specifico scopo o di propagandare ad esempio ideologie o partiti politici, o semplicemente di generare traffico su siti web che poi lo monetizzano. Si tratta pertanto di vere e proprie attività al limite della legalità, e qualora queste utilizzassero PayPal per incassare i loro emolumenti la reputazione della società potrebbe venire danneggiata nel caso in cui si venisse a sapere. 

In questi casi, tuttavia, c’è un grosso problema di fondo irrisolto, ovvero chi e come decide cosa debba essere considerato disinformazione e cosa no, sebbene in alcuni specifici casi la disinformazione è talmente evidente che si svela da sola. 

In altre parole, qualora una società come PayPal dovesse realmente decidere di combattere la disinformazione, dovrebbe anche rendere noti i dettagli del protocollo utilizzato per stabilire quando un’informazione sia da considerare falsa, e per decidere l’importo della sanzione. 

Il rischio è che, in assenza di un protocollo chiaro, oggettivo e pubblico, tutto venga lasciato nelle mani di qualche “censore” che, in modo più o meno arbitrario, possa finire per decidere in autonomia cosa considerare falso, e cosa no. 

I servizi di fact-checking

Va ricordato che ormai, soprattutto negli USA, vi sono diversi servizi professionali di fact-checking che verificano le informazioni che vengono pubblicate per stabilire se sono confermate, se non possono essere confermate, se provengono da fonti poco attendibili, o se addirittura sono palesemente false. 

Si tratta quindi di un’attività che non decide se un’informazione è vera o falsa, ma che cerca di scoprire quali informazioni possono essere considerate come confermate, ovvero credibili, e quali invece sono di dubbia natura. Qualora lo fossero non significa, però, che vadano considerate sicuramente false, perché anche un’informazione non confermata o non necessariamente attendibile in alcuni casi potrebbe poi rivelarsi vera. 

Quindi da una parte si mettono quelle poche informazioni che si possono considerare confermate, dalla parte opposta si mettono le poche che si possono considerare sicuramente false, ma in mezzo rimane un immenso oceano di informazioni che non si riescono nè a confermare nè a smentire completamente. Per questo motivo il fact-checking fa enorme fatica a star dietro alla monumentale produzione di fake news che infestano quotidianamente la rete, lasciando di fatto che siano gli utenti a scegliere come e se proteggersi da questa infestazione. 

Per i singoli utenti tuttavia è estremamente difficile, se non addirittura completamente impossibile, capire quali informazioni siano vere e quali no. A loro non resta che limitarsi ad affidarsi a fonti che ritengono attendibili, nella speranza di aver scelto quelle che lo sono veramente. 

Tuttavia dato che dietro l’attività di produzione e distribuzione di fake news spesso c’è un vero e proprio business, in teoria potrebbe essere una buona idea quella di colpire i produttori dal punto di vista economico-finanziario. Resta però l’oggettiva difficoltà, estrema, di riconoscere con precisione e tempestività tutte quelle informazioni che sono sicuramente false, tanto che l’unica cosa che si può effettivamente fare è quella di cercare di bloccare completamente la produzione di disinformazione da parte di chi lo fa per professione ed a scopo di lucro. 

Marco Cavicchioli

"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".

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