Fidelity vuole sbarcare nel trading crypto e NFT, e nel metaverso
Fidelity vuole sbarcare nel trading crypto e NFT, e nel metaverso
Criptovalute

Fidelity vuole sbarcare nel trading crypto e NFT, e nel metaverso

By Marco Cavicchioli - 27 Dic 2022

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Fidelity ha depositato tre domande ufficiali per la registrazione di marchi che hanno a che fare con il trading di crypto, NFT e servizi di investimento nel metaverso. 

In particolare l’attenzione dell’azienda sembra essere concentrata sul metaverso, dove potrebbe offrire un’ampia gamma di servizi di investimento, come fondi comuni di investimento, fondi pensione, gestione degli investimenti e pianificazione finanziaria. Inoltre sembra interessata anche ai servizi di pagamento nel metaverso. 

Oltre a ciò sembrerebbe essere interessata anche a fornire servizi di trading e wallet crypto sempre nel metaverso. 

Fidelity afferma anche che potrebbe offrire servizi educativi all’interno del metaverso, come corsi, workshop, seminari e conferenze nel campo degli investimenti e del marketing finanziario. 

In secondo luogo sembra essere interessata anche al mercato degli NFT, dato che afferma che potrebbe lanciare un suo marketplace online per acquirenti e venditori di media digitali, ovvero token non fungibili. 

Fidelity nel mondo crypto, NFT e metaverso

Ormai sono anni che il colosso Fidelity è entrato nel mercato crypto, ma da documenti interni sembra che l’azienda si sia un po’ spaventata dal bear market del 2022. 

D’altronde durante la precedente grande bull run, ovvero quella del 2017, non era entrata in questo mercato, quindi questo è il primo grande bear market che vive da quando è entrata in questo settore. Sebbene si tratti in assoluto, per ora, del bear market meno grave tra quelli post-bolla avvenuti fino ad ora sui mercati crypto, è facile che spaventi chi proviene dai mercati tradizionali in cui un -80% è davvero un pessimo segnale. 

Sui mercati crypto invece un -80% post bolla è persino poco, dato che nelle due volte scorse si è arrivati tranquillamente fino a -85%. 

Tuttavia il nuovo interesse verso il Web3 rivela che Fidelity non ha perso affatto l’interesse nei confronti di queste tecnologie, e che si sta solo guardando attorno per cercare alternative nel caso in cui i mercati crypto non dovessero più rialzarsi. 

Nel frattempo sta chiedendo una regolamentazione più rigida e rigorosa per gli operatori del settore crypto, perché deve aver mal digerito il fallimento di FTX. 

Fidelity Investments nel Web3 con crypto e NFT

Va ricordato che Fidelity Investments è un vero e proprio colosso finanziario. 

È stata fondata nel 1946 a Boston, ed è in assoluto uno dei più grandi gestori patrimoniali al mondo con 4.500 miliardi di dollari di asset in gestione e quasi 12 in amministrazione. 

Ha 57.000 dipendenti in giro per il mondo, e gestisce una grande famiglia di fondi comuni di investimento, oltre a consulenza, servizi pensionistici, fondi indicizzati, gestione patrimoniale, esecuzione e compensazione di titoli, custodia di beni ed assicurazioni sulla vita. 

Qualche anno fa è entrata nel settore crypto con la sua controllata Fidelity Crypto che ha aggiunto ai servizi di cui sopra quelli legati alle criptovalute. 

Fino ad ora non è ancora entrata nel Web3, ma a quanto pare hanno piani di espansione anche in questo nuovo settore, in particolare NFT e metaverso

JPMorgan e il mercato delle criptovalute

Nel frattempo il responsabile della strategia di portafoglio istituzionale di JPMorgan Asset Management, Jared Gross, ha dichiarato che le criptovalute sono inesistenti come asset class per la maggior parte dei grandi investitori istituzionali, perché la volatilità è troppo alta, e la mancanza di un rendimento intrinseco rende questi investimenti molto impegnativi. 

Questo scenario va a braccetto con la delusione di Fidelity nei confronti del mercato crypto in questo bear market post-bolla. 

Tuttavia va detto che Fidelity non offre solamente servizi a grandi investitori istituzionali, perché ad esempio proprio Fidelity Crypto si rivolge anche agli investitori retail. 

Quindi i mercati crypto nel loro complesso tendono a non essere ancora ritenuti in genere particolarmente interessanti per i grossi investitori istituzionali, forse proprio a causa dell’elevato livello di rischio. 

In questo ragionamento però bisognerebbe distinguere Bitcoin dalle altcoin, perchè sono soprattutto le altcoin ad avere un livello di rischio elevatissimo, che spesso le rende scommesse più che veri investimenti. 

Gross però sottolinea che in passato c’era stata qualche speranza che Bitcoin potesse essere una forma di oro digitale, o un bene rifugio in grado di fornire protezione contro l’inflazione, ma ciò non è realmente accaduto.

Questo ragionamento, pur corretto, è afflitto da un paio di equivoci di fondo. 

Gli equivoci su Bitcoin

Il primo riguarda il concetto di inflazione. Bitcoin, infatti, non protegge dall’aumento dei prezzi, ma consente di proteggersi dall’incremento massiccio ed arbitrario della massa monetaria delle valute fiat. Va ricordato che un tempo con inflazione si intendeva proprio specificatamente questo, ovvero l’incremento significativo della massa monetaria che in genere causa un aumento dei prezzi. Solo in un secondo tempo con inflazione si è iniziato ad indicare invece l’aumento stesso dei prezzi, ovvero la conseguenza più che la causa. 

A tal proposito va ricordato che quando la Fed, e le altre banche centrali, hanno iniziato a creare nuovamente grandi quantità di denaro dal nulla, dopo il crollo dei mercati finanziari di marzo 2020 in seguito all’inizio della pandemia, il valore di mercato di BTC era di circa 10.000$. Quindi da allora si è comunque prezzato di circa il 70%. 

Invece l’aumento dei prezzi è iniziato soprattutto verso la fine del 2021, ovvero quando l’ultima grande bolla speculativa post-halving è scoppiata. 

Questo rende molto evidente il fatto che Bitcoin non si apprezza quando i prezzi dei beni al consumo aumentano, ma quando le banche centrali creano molto denaro dal nulla e lo distribuiscono sui mercati. 

Il secondo equivoco riguarda il confronto con l’oro. 

Bitcoin non è, e non può essere, un equivalente dell’oro. Infatti mentre l’oro viene considerato un asset risk-off, BTC invece ovviamente è risk-on. 

Da notare che quando la Fed ha iniziato a inondare i mercati finanziari di dollari creati dal nulla, nella primavera del 2020, il prezzo dell’oro ha reagito con un +25% in pochi mesi. Poi però, a partire da aprile di quest’anno, ha iniziato a scendere, tanto che da allora ad oggi ha accumulato una perdita dell’8%. Rispetto a febbraio 2020 il valore attuale di mercato è del 14% superiore. 

Invece Bitcoin nel 2020 è passato da 10.000$ a 29.000$, per poi impennarsi nel 2021 (ovvero l’ultimo anno post-halving) a 69.000$, con un picco a +590% dai valori di febbraio 2020. In seguito ha perso il 75% del proprio valore, ma rimanendo a +70% sempre rispetto a febbraio 2020. 

Quindi non conviene limitarsi a considerare la performance del 2022, ma conviene iniziare l’analisi da prima che iniziasse la pandemia, con tutte le conseguenze che ha causato. 

È possibile che tutto ciò sia ancora troppo distante dalla mentalità dei grandi investitori istituzionali, per i quali il rischio è un gioco che non vale la candela se è troppo elevato. 

D’altronde Bitcoin non è pensato per fare grandi boom sul breve o medio periodo, anche se questi fino ad ora ci sono sempre stati nell’anno post-halving, ma è pensato per combattere sul lungo periodo le politiche monetarie eccessivamente espansive delle banche centrali. Basti dire che il bilancio attuale della Fed è ancora del 107% superiore a quello di febbraio 2020, con il prezzo attuale di BTC che è ancora del 70% superiore a quello del medesimo periodo.

Marco Cavicchioli

"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".

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