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APY: come leggere l’Annual Percentage Yield nel mondo crypto

Sui mercati crypto spesso si sente parlare di APY (o APR), ma cosa significa? 

Si tratta di una sigla che non indica alcuna criptovaluta o token, sebbene esistano dei token con questo nome. 

La sigla APY sta per Annual Percentage Yield, ed il suo significato va conosciuto bene perché non è così banale come potrebbe sembrare a prima vista. 

L’Annual Percentage Yield (APY)

Yield è un termine inglese che significa rendimento

Ad esempio il rendimento dei titoli di Stato americani a 10 anni viene identificato dal ticker US10Y, dove la Y sta proprio per yield. 

Nel caso dell’APY il rendimento è calcolato in percentuale annua, quindi l’annual percentage yield non è altro che la percentuale annua di rendimento. 

Ad esempio un APY del 10% significa che il rendimento annuo previsto è del 10%.

Vi sono però un paio di caratteristiche importanti degli APY che richiedono un minimo di approfondimento. 

L’Annual Percentage Rate (APR)

Oltre all’APY c’è anche l’APR, ovvero l’Annual Percentage Rate. Quest’ultimo non misura il rendimento complessivo, ma la percentuale del tasso di interesse erogato. È anche detto tasso di interesse semplice. 

In altre parole, quando si immobilizza un capitale, se il rendimento promesso è un APR sarà sufficiente moltiplicare il capitale per il tasso promesso per calcolare il rendimento annuale. 

Invece nel caso dell’APY i rendimenti giornalieri vengono incassati e sommati al capitale, così aumentano il capitale su cui vengono erogati gli interessi. In altre parole, l’Interesse in questo caso è composto

Pertanto un capitale messo a rendimento con un APR non aumenta nel corso dell’anno, ed a fine anno si avrà il capitale più gli interessi maturati su quel capitale al tasso fisso indicato dall’APR. 

Invece nel caso di APY il capitale aumenta, in genere giorno per giorno, quando vengono incassati i rendimenti che vengono mano a mano già erogati. L’APY è il rendimento complessivo previsto compreso degli interessi maturati dagli stessi interessi precedentemente incassati. 

In particolare l’APY è utile per confrontare diverse opzioni di investimento, poiché offre una misura più accurata e completa del rendimento che si può ottenere, tenendo conto anche della frequenza con cui gli interessi vengono calcolati e aggiunti al capitale (cosa che con l’APR non avviene). 

La variazione degli APY

Quando viene offerto un APY non significa che i fondi vadano necessariamente immobilizzati per un anno solare intero per poter ricevere alla fine del periodo di dodici mesi il rendimento previsto. 

Gli APY sono i rendimenti calcolati in percentuale su un periodo arbitrario di un anno, ovvero dodici mesi, ma non necessariamente richiedono l’immobilizzazione per tale periodo. Chi immobilizza i propri fondi in cambio di un APY spesso può prelevarli quando vuole, pertanto il rendimento in percentuale promesso con gli APY riguarda solo chi lascia i propri fondi immobilizzati per un anno intero. 

In genere tali rendimenti infatti non vengono pagati solamente alla fine dei dodici mesi di immobilizzazione, ma spesso giorno per giorno. 

In questo modo quando si decide di smobilizzare i fondi si è già incassato il rendimento fino a quel momento. 

Se il rendimento previsto è ad esempio del 10% annuo, l’APY finale dovrebbe essere del 10%, ma il rendimento verrà corrisposto molto probabilmente giorno giorno, ovviamente con percentuali inferiori di circa un 365° di 10% al giorno. 

Tuttavia non sempre l’APY si mantiene costante nel corso del tempo. Ovvero spesso il rendimento effettivamente corrisposto cambia giorno per giorno, a differenza ad esempio degli APR fissi che rimangono quelli per tutto il corso dell’anno. 

Prima di immobilizzare i fondi occorrerebbe capire se l’APY promesso è fisso oppure variabile. 

La modalità di incasso dei rendimenti generati da APY

Oltre alla variabilità dell’APY, c’è da fare attenzione anche alla modalità di incasso dei rendimenti. 

In genere infatti vengono corrisposti nello stesso token che viene investito ed immobilizzato. 

Ovvero se si immobilizzano USDT si riceveranno interessi in USDT, ma se si immobilizza ETH si ricevono in ETH, e così via. 

Questa cosa è molto importante da tenere in considerazione, perchè se 1 USDT vale sempre più o meno 1 dollaro (USD), la stessa cosa non si può affatto dire per le criptovalute o i token che non hanno come sottostante le valute fiat (ad eccezione di quelli delle stablecoin algoritmiche come DAI). 

In teoria sarebbe molto meglio calcolare tali rendimenti con il controvalore in valuta fiat, altrimenti si rischia di fare molta fatica a capire la reale entità di guadagno. 

Ad esempio, se si investono 100 USDT con un APY del 10%, a fine anno si avranno USDT dal valore di circa 110$. 

Se invece si investono 100 token X, il cui valore di mercato in dollari cambia giorno per giorno, sebbene alla fine si avranno 110 token X non è per niente detto che questi valgono il 10% di quanto valevano i 100 token X iniziali. Anzi, quasi sicuramente il loro valore sarà cambiato.

Immaginando che il prezzo iniziale fosse di 1$ a token, il valore di mercato iniziale dei 100 token X era di 100$, ma se dopo un anno il loro prezzo fosse sceso a 0,5$, il valore finale dei 110 token X sarebbe solamente di 55$. 

Alla luce di tutto ciò è chiaro come l’APY può sembrare un concetto semplice, se non addirittura banale, mentre invece la sua applicazione reale è decisamente più complessa, soprattutto in ambito crypto.

Marco Cavicchioli
Marco Cavicchioli
"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".
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