Tra venerdì e sabato c’è stato un forte crash del mercato crypto, probabilmente il più grande che ci sia mai stato.
Sebbene in effetti sia stato un crash per certi versi epocale, occorre però fare alcune importanti precisazioni a riguardo, onde evitare di sovrastimarlo.
Summary
Il crash del mercato crypto
Venerdì il prezzo di Bitcoin era poco sotto i 122.000$, mentre quello di Ethereum era sotto i 4.400$.
Ad un certo punto la Cina ha annunciato restrizioni alle esportazioni di terre rare, apparentemente dando un nuovo via alla guerra commerciale con gli USA.
Nonostante si sia trattato solo di un annuncio, la reazione dei mercati è stata immediatamente pessima.
Le borse USA hanno di colpo perso circa il 3%, ma poi hanno chiuso per il weekend.
Sui mercati crypto invece all’apparenza è iniziato un finimondo.
Nel giro di cinque ore il prezzo di Bitcoin è sceso sotto i 116.000$, ma poi il presidente americano Donald Trump ha annunciato pubblicamente di aver nuovamente messo dei dazi sull’import cinese, questa volta del 100% ed a partire dal primo novembre.
Nonostante anche in questo caso si trattasse solo di un annuncio, il calo si è trasformato in un vero e proprio crollo, con Bitcoin sceso in solo mezz’ora abbondantemente sotto i 110.000$, ed Ethereum a 3.500$.
Il crash però è finito lì, ed è subito stato seguito da un rimbalzo.
Le ragioni del crash del mercato crypto
La ragione principale di questo crash è stata la paura di una nuova escalation nella guerra commerciale tra USA e Cina, simile a quella di aprile.
Il fatto è che tale ipotesi già nelle ore successive si è dimostrata eccessiva.
Ad esempio, in questo momento su Polymarket viene data probabile solo al 17% l’ipotesi che effettivamente il primo novembre scattino dazi del 100% degli USA nei confronti della Cina.
Tuttavia nella mezz’ora successiva alla sparata di Trump ciò non era evidentemente chiaro, tanto che la paura ha generato un vero e proprio panic selling che, seppur temporaneo, ha causato a cascata la posizione forzata di milioni di posizioni long in leva.
Si calcola che in totale venerdì siano stati liquidati forzatamente sui mercati crypto oltre 19 miliardi di dollari di posizioni in leva.

In questi casi le liquidazioni forzate delle posizioni long significano vendite forzate involontarie, dato che sono eseguite in automatico dalle piattaforme onde evitare che i saldi degli account degli utenti entrino in territorio negativo, ma in genere durano poco.
Le crypto rispondono con un rimbalzo istantaneo
Infatti mezz’ora dopo il flash-crash il prezzo di Bitcoin era già tornato temporaneamente a 115.000$, anche se tale livello poi nelle ore successive non ha più retto.
Tre ore dopo, infatti, Bitcoin è nuovamente tornato sotto i 110.000$, ma a quel punto si è verificato un vero e proprio rimbalzo.
In un primo momento si era temporaneamente stabilizzato poco sotto i 112.000$, ma quando si è scoperto che Trump aveva leggermente travisato le reali intenzioni della Cina, che in realtà non ha imposto un vero blocco delle esportazioni delle terre rare, è risalito prima a 114.000$ e poi oggi a 115.000$. Ethereum invece è tornato sopra i 4.100$.
Per questo ora le probabilità che effettivamente scattino dazi al 100% nei confronti della Cina il primo novembre viene data solamente al 17%.
Il fatto è che entrambe le dichiarazioni sembrano più delle mere mosse negoziali che non delle decisioni nette e definitive già effettivamente prese e quindi in procinto di entrare realmente in vigore.
Da notare che le borse USA hanno chiuso poco dopo l’annuncio di Trump, e poco prima che terminasse il flash-crash crypto.
Il record di liquidazioni
Se ci si concentra solo sul mercato spot, ovvero quello in cui avviene la compravendita effettiva dei token crypto, il flash-crash di venerdì non è stato da record, se non per l’ammontare in valori assoluti dei cali dei prezzi.
In realtà quello che conta per davvero sono i cali in percentuali, e Bitcoin ha temporaneamente perso il 12% durante la fase acuta delle liquidazioni forzate, per poi stabilizzarsi su un -10% che non è nulla di particolarmente eccezionale. Inoltre già dopo la prima fase del rimbalzo aveva ridotto le perdite a -8%.
Il vero e proprio record storico invece è quello registrato sul mercato dei future, in cui non avvengono le effettive compravendite dei token ma solo lo scambio di contratti sui prezzi.
A causa in particolare di ciò che è avvenuto sul DEX Hyperliquid, sono state liquidate in totale posizioni per oltre 19 miliardi di dollari, cifra mai vista sul mercato crypto, e di molto superiore al precedente record.
Quindi il record (negativo) non si è registrato sul vero mercato delle criptovalute, ma su quello dei contratti future sui prezzi delle criptovalute.
Ciononostante diverse altcoin hanno perso moltissimo ed in brevissimo tempo anche sui mercati spot. Va però sempre ricordato che moltissime altcoin sono asset puramente speculativi, e sui mercati speculativi ad alto rischio non è poi così tanto anomalo che si possano verificare anche crolli del 50% in poche ore.
I prezzi di Bitcoin ed Ethereum ad esempio non hanno fatto segnare cali record, se non per l’appunto per l’ammontare in valore assoluto che però è più una curiosità che altro.
Le accuse di manipolazione
Poco prima dell’annuncio di Trump, che ha scatenato la maggiore ondata di liquidazioni di sempre sui mercati dei derivati crypto, qualcuno ha aperto una posizione short milionaria su Hyperliquid, guadagnando così poi centinaia di milioni di dollari.
Si ipotizza che fosse un insider che abbia sfruttato la conoscenza in anticipo delle intenzioni del presidente USA per speculare su quelle liquidazioni.
Va ricordato che molti speculatori hanno perso molti milioni di dollari a causa di quel flash-crash.
Inoltre, dato che lo stesso Donald Trump è coinvolto in prima persona in attività sui mercati crypto, si è diffusa anche l’ipotesi che possa aver avuto un ruolo da protagonista in ciò che è accaduto, ben al di là del solo essere un semplice spettatore passivo di qualcosa che comunque lui stesso ha scatenato.

