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Buffett investe nel NYT: il ritorno di Berkshire Hathaway nei media

Dopo anni di distanza dal mondo dell’informazione, Buffett investe nel NYT segnando un inatteso ritorno del finanziere americano tra i grandi azionisti dell’editoria tradizionale.

Il nuovo investimento di Warren Buffett nel New York Times

Un aggiornamento trimestrale depositato presso la SEC ha rivelato che Berkshire Hathaway ha acquistato azioni per 351,7 milioni di dollari in The New York Times. Si tratta di un ingresso rilevante nel capitale del quotidiano statunitense.

Il cosiddetto “Oracolo di Omaha” ha rilevato 5,07 milioni di azioni del giornale fondato 175 anni fa, operazione effettuata alla fine del 2025. L’acquisto è avvenuto in concomitanza con le sue dimissioni dalla carica di amministratore delegato di Berkshire, ruolo ricoperto per quasi sei decenni.

Tuttavia, questa mossa rappresenta un cambio di rotta per Warren Buffett, che solo pochi anni fa aveva dichiarato il settore dei quotidiani ormai “finito”. All’epoca giudicava il modello di business della stampa cartacea incapace di tornare ai livelli del passato.

Il significato strategico del ritorno di Berkshire nei giornali

“È un momento di chiusura del cerchio per Berkshire Hathaway nel reinvestire nelle news, e un’enorme manifestazione di fiducia nella strategia del New York Times”, ha commentato Tim Franklin, professore e responsabile del settore local news alla Medill School of Journalism della Northwestern University.

Il nonagenario investitore, oggi 95enne e con un patrimonio stimato in circa 149 miliardi di dollari, si affianca così a una lunga serie di ultra-ricchi che stanno destinando capitali consistenti ai media tradizionali. Inoltre, il ritorno di Berkshire in questo ambito arriva in una fase di forte trasformazione digitale per l’intero comparto.

Billionari e media: dagli Stati Uniti al resto del mondo

Negli ultimi anni diversi miliardari hanno rilevato testate storiche, assumendo un ruolo diretto nella proprietà dei gruppi editoriali. Questo fenomeno ha riacceso il dibattito sul rapporto tra grande ricchezza privata e indipendenza dell’informazione.

Jeff Bezos, fondatore di Amazon, è forse il caso più noto: nel 2013 ha comprato The Washington Post per 250 milioni di dollari. Dopo un decennio altalenante sotto la sua gestione, il quotidiano di 148 anni ha recentemente affrontato un duro ridimensionamento, tagliando circa un terzo del personale all’inizio di questo mese.

Pochi giorni dopo l’acquisizione del Post da parte di Bezos, un altro grande investitore è entrato in scena: il proprietario dei Boston Red Sox, John Henry, ha acquistato il Boston Globe per 70 milioni di dollari. In questo modo ha aggiunto un’importante testata regionale al proprio perimetro di attività.

Inoltre, il magnate dei media Rupert Murdoch è da tempo una delle figure più influenti nell’editoria mondiale. L’ex amministratore delegato di 21st Century Fox, a capo di una fortuna familiare vicina ai 19 miliardi di dollari, controlla tra l’altro il canale televisivo Fox News.

Il suo impero è strettamente legato anche al settore della stampa: il figlio Lachlan Murdoch è presidente di News Corp, gruppo che possiede il Wall Street Journal, oltre ad altre testate come The Times e il New York Post. Nel complesso, queste operazioni mostrano come la presenza dei miliardari nei media sia ormai strutturale.

Il ruolo di Carlos Slim nel capitale del New York Times

Accanto a Buffett, il New York Times può contare da anni su un altro importante sostenitore miliardario: il magnate delle telecomunicazioni Carlos Slim Helú, considerato l’uomo più ricco del Messico. Slim detiene da tempo una partecipazione di valore elevato nel quotidiano newyorkese.

Il suo impegno finanziario ha toccato un picco all’inizio del 2015, quando è diventato il principale azionista singolo del giornale, con una quota vicina al 17% del capitale. Tuttavia, negli anni successivi la struttura dell’azionariato si è progressivamente riequilibrata, pur mantenendo un peso significativo per l’imprenditore latinoamericano.

Dall’uscita totale ai nuovi acquisti: il percorso di Buffett

L’attuale esposizione di oltre 351 milioni di dollari nel New York Times sorprende molti osservatori, perché solo pochi anni fa Warren Buffett aveva di fatto abbandonato il business dei quotidiani. Allora sosteneva che il declino strutturale della carta stampata ne limitasse le prospettive.

Nel 2020 Berkshire Hathaway ha infatti venduto tutte le sue pubblicazioni a Lee Enterprises per 140 milioni di dollari. L’operazione comprendeva 31 giornali in 10 stati, tra cui l’Omaha World-Herald e il Buffalo News, storiche testate locali radicate nel territorio.

Buffett ha sempre dichiarato di avere un legame particolare con il mondo dei giornali, ma già da tempo osservava con preoccupazione la caduta degli introiti pubblicitari. A suo giudizio, il settore era passato da monopolio locale a semplice franchising, fino a diventare fortemente competitivo, perdendo così la rendita storica.

Inoltre, l’investitore aveva affermato che la maggior parte dei quotidiani era destinata a diventare “toast”, ossia avviata a una scomparsa graduale. Nonostante ciò, aveva sottolineato che per Berkshire la cessione non aveva comportato una perdita eccessiva, perché i giornali erano stati acquistati a prezzi considerati “ragionevoli”.

Lettura del mercato e prospettive per i quotidiani

Molti analisti che seguono il portafoglio di Buffett avevano interpretato la vendita del 2020 come un segnale particolarmente negativo per l’industria della stampa. Secondo questa visione, il ritorno ai fasti del passato sarebbe stato difficilmente raggiungibile.

Tuttavia, la decisione di rientrare con forza nel capitale di una testata storica come il New York Times, unita al crescente interesse di altri miliardari per l’editoria, indica che alcune scommesse sul futuro dei giornali non sono del tutto tramontate. In questo contesto, Buffett investe nel NYT torna a essere un riferimento per misurare la fiducia degli investitori nell’informazione di qualità.

Nel complesso, l’afflusso di capitali privati nelle redazioni tradizionali pone interrogativi sul bilanciamento tra sostenibilità economica e indipendenza editoriale. Il caso dell’oracolo di Omaha, passato dalla dismissione totale al rientro selettivo in una singola testata globale, sarà osservato con attenzione da tutto il settore nei prossimi anni.

Francesco Antonio Russo
Francesco Antonio Russo è un analista e divulgatore nel settore delle criptovalute, del Web3 e dell’Intelligenza Artificiale. Da più di 6 anni studia l’evoluzione dei mercati digitali e delle tecnologie decentralizzate, con particolare attenzione all’impatto economico e sociale della blockchain. Su Cryptonomist approfondisce trend, regolamentazioni e innovazioni, offrendo contenuti accurati e comprensibili anche ai non addetti ai lavori.
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