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Il report sulle criptovalute della Banca dei regolamenti internazionali (BIS) è decisamente critico nei confronti delle criptovalute. Anche se, almeno in parte, viene salvata la tecnologia blockchain. Detto questo, su alcuni passaggi del rapporto, si possono sollevare dei dubbi e delle riserve.

Il “peso” della blockchain nel report sulle critovalute

Ad esempio, è discutibile il passaggio che riguarda il volume di traffico dati potenzialmente generato online dalle reti di pagamento decentralizzate. Dice la BIS: “I volumi di comunicazione associati potrebbero arrestare Internet, poiché milioni di utenti si scambiano file dell’ordine di grandezza di un terabyte”.

In questo momento la blockchain più grande è quella di Ethereum, pari a circa 700 GB, mentre quella di Bitcoin è di circa 200 GB. Le altre hanno dimensioni molto più limitate.

Inoltre il file della blockchain non viene scaricato affatto da tutti gli utenti, ma solo dai cosiddetti full node, quindi è falso affermare che “milioni di utenti si scambiano file dell’ordine di grandezza di un terabyte”: i full node sono solo qualche migliaio, e si devono scaricare l’intera blockchain solo nel singolo momento in cui vengono installati.

Inoltre, una singola transazione su rete Bitcoin pesa circa 250 byte. Ipotizzando che in futuro possa venire gestita una quantità di transazioni pari a quella del circuito Visa, ovvero circa 54.000 transazioni al secondo, il volume totale delle le transazioni sarebbe di circa 14,3 MegaByte al secondo: Internet processa 58.194 GigaByte di traffico al secondo, pertanto il volume totale di traffico generato dalle transazioni di bitcoin costituirebbe un ridicolo 0,000024% del traffico totale di Internet.

Questo in teoria potrebbe già bastare a far ipotizzare che chi ha scritto quel report sulle criptovalute probabilmente non ha ben compreso il funzionamento tecnico di blockchain e delle principali crypto.

La scalabilità, questa sconosciuta

Ma non solo: il rapporto fa riferimento esplicito a eventuali sviluppi futuri di queste tecnologie, senza prendere in considerazione quelli già attualmente disponibili, come Lightning Network. Nel rapporto, ad esempio, si legge: “Le criptovalute non possono scalare con la domanda di transazioni. […] Nel complesso, la tecnologia decentralizzata delle criptovalute, per quanto sofisticata, è un povero sostituto del solido supporto istituzionale del denaro”.

Da queste affermazioni sembrerebbe evidente che chi ha scritto questo rapporto non sia neanche a conoscenza di Lightning Network, che invece non solo è in grado di consentire un’elevata scalabilità riguardo il numero di transazioni gestibili dalla rete Bitcoin, ma consente transazioni immediate e a bassissimo costo, andando ben oltre il “supporto istituzionale” del denaro.

Inoltre, visto che LN è già realtà e non soltanto un’ipotesi di sviluppo, ignorare questa nuova tecnologia in questo momento non consente di comprendere appieno il reale funzionamento di queste tecnologie.

La decentralizzazione di Bitcoin

Infine il rapporto mette in discussione il valore stesso delle decentralizzazione, affermando che: “Le principali inefficienze derivano dall’estremo grado di decentralizzazione: la creazione della necessaria fiducia in tale contesto spreca enormi quantità di potenza di calcolo, l’archiviazione decentralizzata di un registro delle transazioni è inefficiente e il consenso decentralizzato è vulnerabile”.

Queste critiche sono praticamente infondate: la potenza di calcolo utilizzata dal mining è destinata a diminuire con il tempo, visto il dimezzamento del premio per i miner ogni 4 anni.

L’archiviazione decentralizzata di bitcoin non è inefficiente e non esiste alcun altro modo di ottenerla.

Il consenso decentralizzato potrebbe essere vulnerabile, come dimostrato dai recenti numerosi attacchi di tipo 51%, ma che si possono verificare con una certa probabilità solo su valute minori più facilmente attaccabili.

In questo momento, ad esempio, per sferrare un attacco 51% sulla rete Bitcoin il costo si aggirerebbe sul mezzo milione di dollari all’ora, e non è un caso se nessuno sia mai riuscito ad attaccare Bitcoin in questo modo, nonostante migliaia di tentativi.

Pertanto, nonostante la fonte sia la BIS, ovvero la Banca dei Regolamenti Internazionali, questo rapporto non sembra essere stato prodotto da persone realmente informate sul funzionamento di queste tecnologie.

Ricordiamo che tempo fa la FED di St. Louis pubblicò un suo rapporto sulle criptovalute in cui invece dimostrava di averne compreso bene non solo il funzionamento, ma anche l’utilità.