Stablecoin e regolamentazione
Interviste

Stablecoin e regolamentazione

By Marco Cavicchioli - 29 Dic 2018

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Le stablecoin sono monete per certi versi simili alle valute fiat, tanto che alcune ne replicano pedissequamente il valore, ma vengono usate con gli strumenti tipici delle criptovalute, basati generalmente su blockchain o su registri distribuitiQuesta doppia natura rende difficile inquadrare come le stablecoin possano essere regolamentate dagli Stati.

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Devono semplicemente seguire le attuali norme sull’utilizzo del denaro fiat o devono essere create nuove norme adatte non solo alle stablecoin, ma anche alle criptovalute in generale?

Il fatto è che la tecnologia che le stablecoin usano, ovvero quella mutuata dalla criptovalute vere e proprie, ne rende molto difficile la regolamentazione, tanto che, ad oggi, non esistono norme specifiche sull’utilizzo delle criptovalute.

Abbiamo chiesto a Simona Macellari, Microslicer di BHB Network e COO di BlockchainLab, alcune informazioni tecniche sul rapporto tra Stati, regolamentazione e stablecoin.

Per i governi è realmente possibile imporre norme di utilizzo sulle stablecoin?

Il potere legislativo è uno dei tre poteri fondamentali sovrani attribuiti allo Stato, pertanto ogni governo può imporre delle norme in merito all’emissione, all’utilizzo e alla tassazione delle stablecoin. Come per bitcoin e altre crypto, in primis, lo Stato dovrà definire il termine stablecoin nel dettaglio e declinare la fattispecie giuridica a cui appartengono. Con questa classificazione si applicheranno le normative già esistenti, a cui si possono aggiungere dei nuovi dettati normativi e/o regolamentari per adeguare la legge vigente a questa innovazione tecnologica e finanziaria.

Ad esempio in Giappone, dove bitcoin è classificato come “legal tender” (cioè moneta), la FSA ha decretato che le stablecoin non rientrano nella fattispecie legislativa delle valute virtuali perché sono ancorate alle monete stabili. Ciononostante, anche i negoziatori di stablecoin devono registrarsi come “Emittente di strumenti di pagamento prepagati” o “Fornitori di servizi di trasferimento di fondi”.

Dal punto di vista puramente del diritto, sorge spontanea una domanda: se la stablecoin avesse come collaterale l’oro, in Giappone si applicherà la normativa di cui sopra oppure il “Commodity Derivatives Act“ che regola le materie prime, come per l’appunto l’oro? Andando oltre l’esempio, è possibile una regolamentazione ed è molto probabile che in futuro interverrà una normativa ad hoc.

Inoltre, sia il fondo monetario internazionale, sia varie banche centrali, stanno pensando ad emettere degli “state backed token”, per cui potremmo arrivare al paradosso delle stablecoin di Stato: le valute fiat sono già elettroniche per cui non avrebbe senso una crypto di Stato, dato che sarebbe una evoluzione modesta rispetto all’attuale.

C’è differenza tra come possono essere utilizzate dall’utente finale le stablecoin, rispetto invece alle criptovalute vere e proprie, ad esempio Bitcoin?

Premetto che le stablecoin sono un capitolo importante e, ritengo, necessario nello sviluppo del mercato crypto. Sono sicuramente il “Sacro Graal” degli intermediari che risolve il problema della difficoltà e dei tempi lunghi dei bonifici bancari degli utenti finali per trasferire valute fiat, nonostante il rispetto di tutte le normative vigenti.

A questo proposito, uno dei primi esperimenti, e ad oggi un benchmark per stablecoin con collaterale fiat, è Tether, ancorato al 100% con il valore delle valute fiat depositate senza riserva frazionaria, con un tasso  di conversione 1 ad 1 con il dollaro americano. Ma come tutti le stablecoin ancorati alle valute fiat ha lo svantaggio di essere centralizzata e la fiducia è riposta su di una terza parte.

Innanzitutto, una prima differenza si ha nel tasso di adozione di questi asset che rispetto alle crypto tradizionali ha un elemento in più su cui di deve basare la fiducia dell’utente, dato che è funzione della credibilità dell’emittente, della qualità del collaterale e dalla sicurezza della blockchain sottostante.

In merito all’utilizzo, il discorso è complesso perché dovremmo fare dei distinguo in merito alle sottocategorie di questi asset. A livello macro, facilitano l’accesso agli intermediari che li emettono o accettano, ma il grado di liquidità e l’economia perimetrale che si creerà determinerà il loro utilizzo come mezzo di scambio rispetto alle crypto tradizionali. Come unità di misura non so se manterranno la promessa di essere meno volatili, mentre come strumento di conservazione di valore a mio avviso solo quelli collateralizzati a beni rari e difficili o costosi da produrre hanno le caratteristiche per essere detenuti per questo fine.

Siamo ancora agli albori di  questo nuovo capitolo del denaro programmabile, per cui l’orizzonte è ancora nebuloso e qualsiasi previsione ha dei margini di errore molto alti.

Sarebbe corretto affermare che le stablecoin sono di fatto valute fiat a tutti gli effetti, ma il cui utilizzo sfrutta la tecnologia delle criptovalute e non quella del tradizionale denaro fiat elettronico?

Se consideriamo la definizione economica di valute fiat, direi che siamo in un piano completamente diverso e la tecnologia sottostante non la considero una variabile rilevante.

Innanzitutto non sono valute avente corso legale. Idealmente è un tentativo di tornare ad un valore “intrinseco”, inserendo un collaterale che dovrebbe garantire, oltre che una bassa o assente volatilità del prezzo, un valore sostanziale all’asset finanziario. Nella realtà dei fatti, se il valore delle stablecoin non è ancorato ad un bene scarso e difficile/costoso da produrre (come l’oro) vi è un sostanziale pericolo di una diminuzione costante del valore della stablecoin stessa, dovuto al suo collaterale. Non dobbiamo dimenticarci che ad esempio il potere d’acquisto di 1 dollaro nel 1980 è diventato pari a quello di circa 3 dollari nel 2018: a voi valutare se una stablecoin ancorato al dollaro sia “stabile” nei fatti, o sia una nostra illusione e desiderio di pace mentale.

Le stesse banche centrali nei fatti mostrano di non avere una fiducia cieca nella tenuta delle fiat di riferimento o della loro stessa moneta, dato che negli ultimi anni hanno fatto incetta di oro. Negli ultimi tre anni c’è stata una corsa all’acquisto e nel 2018 le banche centrali mondiali hanno fatto segnare l’anno record di acquisti: 148 tonnellate, pari a circa  5,82 miliardi di dollari, con incremento del 22% su base annua. L’oro è da sempre il piano B delle banche mondiali e i forzieri della Svizzera, così come quelli dei principali custodian, non sono stati mai a piena capacità come negli ultimi due anni.

Inoltre, se suddividiamo le stablecoin sulla base del collaterale su cui fanno perno, non tutti le stablecoin hanno come collaterale le valute fiat, alcune non hanno collaterale affatto, infine, altre hanno crypto o metalli.

No, per quanto ad oggi sperimentato non concordo con l’affermazione che le stablecoin sono di fatto valute fiat a tutti gli effetti, che sfruttano tecnologia delle criptovalute.

In fondo, uno dei vantaggi di Bitcoin e della tecnologia che ne sta alla base, non è proprio il fatto che non ci sia bisogno alcuno che nessun governo ne debba regolamentare l’utilizzo?

In realtà, i governi e le varie agenzie governative impongono lacci e lacciuoli anche a bitcoin, sia attraverso gli intermediari, con AML, KYC, e le licenze connesse per acquisire la qualifica di intermediario, sia ai detentori stessi, che in alcuni Paesi sono parificati agli untori dei Promessi Sposi manzoniani e sotto osservazione da parte delle banche e degli enti centrali. Senza dimenticare i limiti imposti in alcuni Stati ai minatori.

Bitcoin nasce come denaro sul protocollo internet per cui viene meno il concetto di Stato, di ente emittente e di ente controllante. Passiamo da un sistema finanziario basato sulle istituzioni a un sistema finanziario basato sul network, tra pari, senza confini, senza bisogno di permessi e completamente aperto.

Bitcoin ha un DNA antisistema e antistato, per le basi culturali da cui è nato, e non può che essere osteggiato e/o addomesticato dal sistema, perché ne mina le fondamenta.

Ad oggi, le transazioni bitcoin, che per loro natura sono trasparenti sul quantum, non hanno raggiunto la piena fungibilità e privacy, pertanto può essere applicata censura ex ante e ex post, e indirettamente i governi possono in un qualche modo regolarne l’utilizzo.  

Gli sviluppi tecnologici su cui si sta lavorando sono volti appunto a raggiungere piena fungibilità e privacy.

Ricollegandomi alla prima domanda, vorrei precisare che anche se molte stablecoin dichiarano di essere decentralizzati, con un peer-to-peer network in cui ogni utente ed ogni nodo della rete è parte del sistema, ci potrà sempre essere una parte centrale che potrà intervenire ed imporre regole di utilizzo e quanto altro. Fino a quando è possibile risalire ad un sito centrale, ad una persona fisica o giuridica, questo sarà il “single point of failure”, come, ad esempio, la storia dimostra nel caso di Napster vs.Torrent.

Marco Cavicchioli
Marco Cavicchioli

Classe 1975, Marco è un docente di web-technologies e divulgatore online specializzato in criptovalute. Ha fondato ilBitcoin.news, ed il suo canale YouTube ha più di 11mila iscritti.

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