Banca d’Italia: le attività crypto sono inutili e sospette
Criptovalute

Banca d’Italia: le attività crypto sono inutili e sospette

By Marco Cavicchioli - 19 Mar 2019

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Per Banca d’Italia le attività crypto sono inutili, usate per finalità criminali e illecite, e fonte di  esternalità negative.

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Il giudizio espresso nel rapporto “Aspetti economici e regolamentari delle crypto-attività” pubblicato di recente da Banca d’Italia nell’ambito dei cosiddetti Occasional Papers dedicati a Questioni di Economia e Finanza, è pesantemente negativo.

Il rapporto, elaborato da Andrea Caponera e Carlo Gola, riguarda le attività crypto che

“appartengono alla classe dei gettoni digitali (digital tokens) privati, senza diritti incorporati, convertibili, a prezzo variabile che operano attraverso un protocollo elettronico gestito in modo decentrato tramite una tecnologia denominata permissionless distributed ledger technology (DLT) detta anche blockchain”.

Il primo punto è la volatilità del prezzo delle criptovalute tipo bitcoin, fortemente volatile perchè “non ancorato ad alcun equilibrio economico o alla fiducia riposta in una autorità pubblica”. Questo prezzo intrinsecamente instabile, e quindi difficilmente stimabile, le rende poco adatte a svolgere le funzioni tipiche della moneta.

Il secondo punto è la loro utilità.

“Le “crypto-attività” tipo bitcoin sono state spesso usate per finalità criminali e illecite; esse sono inoltre fonte di esternalità negative dovute all’inefficienza utilizzo di energia elettrica necessaria per validare le transazioni attraverso il protocollo blockchain. A fronte di questi svantaggi, le “cripto-attività” tipo bitcoin non presentano chiari benefici economici o sociali, limitandosi a soddisfare le esigenze di alcuni agenti economici che amano investire in attività dal prezzo altamente volatile”.

In altre parole secondo questo rapporto bitcoin, e le altre criptovalute simili, sarebbero inutili, rischiose, inefficienti, e fortemente speculative, oltre ad essere utilizzate per scopi illeciti.

“Vi è, al contrario, uniformità di vedute sul fatto che si debba separare il tema delle “cripto-attività” (nelle diverse tipologie) da quello sulla tecnologia sottostante (la distributed ledger technology – DLT). Quest’ultima, se tecnologicamente robusta, potrebbe avere grandi potenzialità soprattutto nell’ambito dell’archiviazione crittografica, dell’uso degli smart contracts e di alcuni tipi di gettoni digitali. Vi è altresì accordo sul fatto che questi sviluppi tecnologici aprono scenari di vasta e incerta portata per i processi di intermediazione e di organizzazione dei mercati”.

Questo è errato, perchè non vi è affatto uniformità di vedute su questo aspetto. Anzi, sono molti gli esperti che sostengono che, invece, senza criptovalute la tecnologia dei registri distribuiti o non ha senso, o non può funzionare, o non può essere decentralizzata.

Poco più sotto il rapporto dice:

“Il protocollo blockchain di bitcoin (o Bitcoin protocol) è una particolare classe della distributed ledger technology (DLT) che consente la creazione e il trasferimento delle criptovalute. Si tratta di un programma informatico in grado di memorizzare in modo sicuro (crittografico) informazioni accessibili, gestibili e verificabili (anche a ritroso) in modalità condivisa da soggetti che operano tramite internet. La DLT permette di creare anche registri pubblici di archiviazione. A differenza di un normale database centrale con accesso condiviso tramite password, la DLT permette la registrazione cronologica inalterabile e l’aggiornamento decentrato del processo, senza necessità di ricorrere a una parte terza affidabile”.

Questo conferma l’errore di cui sopra, visto che è praticamente impossibile rendere perfettamente funzionale e sicura una piattaforma decentralizzata basata su DLT senza una sua criptovaluta, che così tra l’altro diventa anche utile ed affatto speculativa.

Inoltre, il rapporto di Banca d’Italia sulle crypto prosegue dicendo:

“Esistono tre tipi di DLT: protocolli DLT “pubblici” (o permissionless) a gestione interamente decentrata su internet, attraverso l’azione di soggetti specializzati detti miners, come nella DLT di bitcoin; protocolli DLT “privati”, ove i “nodi” sono abilitati dal gestore del protocollo informatico “permissioned” (questa classe di DLT può operare anche senza i miners); protocolli ibridi, caratterizzati da un sistema di validazione decentrata tramite “nodi” (non tutti direttamente abilitati dal gestore), pur lasciando al soggetto che promuove il protocollo pieno controllo dello stesso”.

Questo punto mostra come non sia stato compreso dagli autori l’enorme differenza che c’è tra un registro distribuito decentralizzato, ed uno invece centralizzato, che a differenza del primo non è particolarmente innovativo, e per nulla disruptive.

A dire il vero tutto il rapporto pare permeato da un conservatorismo di fondo, ed una scarsissima propensione verso l’innovazione tecnologica, come d’altronde è lecito attendersi da un’istituzione in puro vecchio stile italico.

Questo approccio di Banca d’Italia stride parecchio ad esempio nei confronti invece di quello della Federal Reserve americana, che invece in passato in un altro documento ufficiale simile dichiarò:

“Bitcoin è il primo denaro virtuale per il quale i diritti di proprietà delle varie unità monetarie sono gestiti in una rete decentralizzata. Non esiste un’autorità centrale, nessun capo e nessuna direzione. Eppure funziona. […] La blockchain di Bitcoin è il sistema contabile decentralizzato,…ha il potenziale di interrompere l’attuale infrastruttura di pagamento e il sistema finanziario.”

La differenza di approccio tra Banca d’Italia e Fed è evidente, e non è probabilmente un caso che gli USA stiano diventando uno degli Stati al mondo più attivi nel settore crypto.

Marco Cavicchioli
Marco Cavicchioli

Classe 1975, Marco è un docente di web-technologies e divulgatore online specializzato in criptovalute. Ha fondato ilBitcoin.news, ed il suo canale YouTube ha più di 11mila iscritti.

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