Cina, criptovalute e diritti fondamentali 
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Cina, criptovalute e diritti fondamentali 

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Il colpo che negli ultimi giorni è stato inferto materialmente dalla Banca centrale cinese è solo l’ultimo di una serie diretti al mondo delle crypto nell’arco di oltre un decennio.

La Cina e la regolamentazione in materia di criptovalute

Quello che sta succedendo in Cina, ormai lo sanno tutti. Prima sono state vietate le attività di mining, poi, nel giro di pochi mesi, quelle legate al trading su Bitcoin e, più in generale, tutte le transazioni in criptovalute. 

Le prime misure volte a contrastarne l’uso e la circolazione in Cina risalgono agli albori delle criptovalute, e cioè al 2009. Nel 2013 la banca centrale aveva nuovamente vietato agli intermediari finanziari cinesi di dare corso a transazioni in bitcoin. 

Prevedere le possibili conseguenze su mercati e quotazioni è un compito di economisti e analisti del mercato, i quali sapranno dirci se le criptovalute sopravviveranno o no a questo anatema asiatico.

Nel corso degli anni già molte altre tecnologie sono state bandite in Cina riuscendo comunque a prosperare nel resto del mondo, sicché ad oggi sono di vasto impiego anche senza poter contare sul bacino di mercato degli utenti cinesi: pensiamo a Skype, Whatsapp, Telegram, Spotify, DropBox e così via.

Poiché della Cina tutto si può dire, meno che si tratti di un paese tecnofobico, secondo alcuni, dietro la decisione di criminalizzare le criptovalute vi sarebbe l’intenzione di sostenere e proteggere il lancio dello Yuan digitale, ovvero quella che molti definiscono come la criptovaluta di Stato. 

 

Regolamentazione e diritti civili in Cina

Non si può fare a meno però di notare che la guerra alle criptovalute in Cina era stata già dichiarata quando l’adozione di una valuta digitale di stato non era neppure in mente dei

Il vero nodo probabilmente è un altro e potrebbe avere a che fare con quella fastidiosa questione delle libertà fondamentali e dei diritti civili degli individui.

Che quello dei diritti civili sia un tema indigesto per Pechino, lo sanno tutti. 

Non tutti, però, si soffermano a considerare che, quando si tratta di soldi e di finanze, il rispetto della sfera di libertà degli individui può diventare un tema spinoso anche per molti paesi occidentali, che si assumono campioni di libertà, democrazia e stato di diritto.

Il caso di Wikileaks, i cui conti furono congelati dal governo USA e riuscì a sopravvivere solo grazie alle rimesse in criptovalute, ci dovrebbe dire molto.

La diffusione delle tecniche di decentralizzazione e disintermediazione alla base di blockchain e criptovalute spaventa e in realtà preoccupa anche i governi occidentali, perché riduce significativamente il loro potere di controllo sui trasferimenti di risorse finanziarie.

Tuttavia, un governo nel quale si rivendichi con forza l’esistenza di uno stato di diritto, non può vietare qualsiasi transazione o operazione di scambio in criptovalute perché questo andrebbe ad incidere con un nucleo importante di libertà fondamentali.

Alla base di un a transazione in criptovalute, al di là degli aspetti tecnologici, c’è l’esercizio di un libero consenso tra due o più individui. Un esercizio che non riguarda solo la determinazione nell’eseguire quell’operazione di scambio, ma la certezza che le parti coinvolte in quella operazione ne abbiano liberamente determinato un valore economico.

Cina btc
Cina e diritti umani. Nuovi divieti.

Le crypto come diritto dell’uomo

Un divieto ad un simile esercizio di diritti individuali, in qualsiasi paese occidentale dovrebbe essere quantomeno adottato mediante un atto legislativo, finendo per misurarsi con i principi sulle libertà fondamentali regolate dalle norme di rango costituzionale di quel Paese.

Un problema che, evidentemente, la Cina non ha. Tant’è vero che questi ultimi divieti sono stati semplicemente disposti dalla Banca Centrale. Quindi, da un organo amministrativo che, nella sostanza, è solo la longa manus operativa dell’esecutivo.

Ed è per questa stessa ragione che nei sistemi normativi dei Paesi occidentali, l’unico modo per mettere le briglie agli scambi in criptovalute, è quello di intercettarli nel momento in cui giungono al filtro di un intermediario finanziario o ad una piattaforma di pagamento.

Quando, cioè, le crypto emergono per essere convertite.

Quando il governo dispone della libertà del cittadino

È a quel livello che i paesi occidentali intervengono cercando di convogliare queste attività all’interno di poderosi sistemi di controlli e sanzioni anti-laundering.

Sistemi che, nelle intenzioni dichiarate, vorrebbero essere funzionali a prevenire ed impedire il riciclaggio di denaro sporco o il finanziamento di traffici illeciti (droga, armi, terrorismo, ecc.).

Peccato che questi stessi sistemi, però, all’atto pratico, di fatto consentano ai governi anche di monitorare in modo sempre più capillare ed invasivo i modi in cui di ogni singolo cittadino dispone di sue legittime risorse finanziarie.

Quando si grida al liberticidio per la vicenda cinese, si rischia di distrarre l’attenzione del grande pubblico da quello che è un problema, invece, molto più concreto ed immediato a casa nostra.

Quello della ricerca di un giusto punto di equilibrio tra le esigenze di controllo di quegli apparati che si suppone debbano fungere da guardiani nell’interesse e per il benessere della collettività, da una parte, e il sacro argine delle libertà fondamentali dell’individuo, dall’altra.

Le criptovalute come metodo di pagamento

Le criptovalute, nelle intenzioni dei movimenti intellettuali da cui esse prendono vita, non nascono allo scopo di fungere da strumenti speculativi, ma come mezzi di pagamento che, grazie alla crittografia, possano affrancare dalla presenza di un intermediario bancario e, mettendo il tutto al riparo dall’ attenzione dei governi.

Che esistano strumenti in grado di consentire un livello adeguato di protezione finanziaria per gli individui e una via di fuga, come quella che ha consentito ad alcuni perseguitati dal regime iraniano, mettendo in salvo le proprie ricchezze e fuggendo dalla persecuzione, non è qualcosa di necessariamente sbagliato o pericoloso.

Va bene quindi guardare con preoccupato interesse a quello che succede in Cina, ma che questo non ci faccia perdere di vista la proliferazione di regole di monitoraggio la cui invasività, prima o poi potrebbe andare oltre il limite di compatibilità con le norme delle costituzioni o delle carte fondamentali, come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Luciano Quarta - The Crypto Lawyer

Luciano Quarta, avvocato tributarista in Milano, managing partner e fondatore dello studio legale tributario QRM&P, ha all’attivo molte pubblicazioni sugli aspetti legali e tributari di legal tech, intelligenza artificiale e criptovalute. Relatore in numerosi convegni sulla materia, tiene la rubrica “Tax & the city” per il quotidiano La Verità e scrive regolarmente per la rubrica Economia e tasse della testata Panorama. È membro della Commissione Giustizia Tributaria presso l’Ordine degli Avvocati di Milano ed è il referente della sede milanese dell’associazione interdisciplinare per lo studio e le applicazioni dell’intelligenza artificiale GP4AI (Global Professionals for Artificial Intelligence).

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