Riattivato uno dei wallet Bitcoin di Mt. Gox
Riattivato uno dei wallet Bitcoin di Mt. Gox
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Riattivato uno dei wallet Bitcoin di Mt. Gox

By Marco Cavicchioli - 6 Set 2022

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Una transazione da 5.000 Bitcoin effettuata qualche giorno fa, sarebbe riconducibile ad un wallet appartenente a Mt. Gox. 

Lo ha rivelato il ricercatore ErgoBTC, che addirittura arriva ad associare quel wallet a Jed McCaleb. 

La storia del celebre exchange Mt. Gox

McCaleb fondò Mt. Gox addirittura nel 2006, ovvero prima della nascita di Bitcoin. All’epoca l’exchange ovviamente non trattava criptovalute, ma carte del celebre gioco “Magic: The Gathering Online”. 

Nel 2010 venne aggiunta la possibilità di comprare e vendere Bitcoin, e nel 2011 McCaleb cedette l’exchange a Mark Karpeles. Nel 2014 Mt. Gox fallì, ed in seguito Karpeles fu imprigionato. 

McCaleb non ebbe alcun ruolo nel fallimento di Mt. Gox, anche perché nel 2011 fu tra i fondatori di Ripple, ed in seguito nel 2014 fondò Stellar. 

Il wallet Bitcoin di Mt. Gox che si è “risvegliato”

Il wallet Bitcoin in questione è stato creato nel dicembre del 2013, ovvero quando Mt. Gox era ancora operativo, ma McCaleb ormai non ne faceva più parte. 

Tra i BTC in esso conservati ve ne sono anche alcuni provenienti dall’exchange Kraken, quindi si è pensato che fosse per l’appunto un wallet collegato a questo exchange. Ma secondo ErgoBTC, invece, è legato a Mt. Gox ed a Jed McCaleb. Va ricordato che nel 2013 Mt. Gox era ancora l’exchange dominatore unico ed assoluto dei mercati crypto, quindi è più che plausibile che McCaleb lo utilizzasse ancora, dato che nè il progetto Ripple nè Stellar avevano un loro importante exchange. 

ErgoBTC cita un post del canale Telegram GFiS in cui si ipotizza effettivamente che alcuni Bitcoin di Mt. Gox siano stati recentemente spostati. 

Bisogna ricordare che pochi giorni fa il curatore fallimentare di Mt. Gox ha fatto sapere che stanno per dare il via al processo di rimborso dei creditori. 

Sarà presumibilmente un processo lungo, e sarà diviso in due fasi. 

Durante la prima fase rimborseranno in valuta fiat quei creditori che hanno esplicitamente richiesto di essere pagati in fiat. Dato che però la società, ormai fallita, non ha in cassa valuta fiat sufficiente, dovrà per forza di cosa vendere BTC e BCH per incassare la valuta fiat con cui rimborsare i creditori durante questa prima fase. 

A dire il vero, già tempo fa vendette alcuni BTC. Infatti, stando a quanto reso noto, dopo aver chiuso i battenti a causa di un colossale furto, furono ritrovati circa 200.000 BTC in un vecchio cold wallet. Tuttavia, il curatore fallimentare ha di recente dichiarato che la società possiede ancora circa 140.000 BTC, pertanto nel corso degli anni i restanti 60.000 BTC deve averli ceduti sul mercato. 

La liquidazione di parte dei Bitcoin in pancia di Mt. Gox

È possibile che tale cessione risalga a fine 2017, o inizio 2018, quando scoppiò la precedente bolla speculativa post-halving. 

All’epoca, infatti, il curatore si rese conto che il valore di mercato dei BTC di Mt. Gox ancora disponibili avrebbe potuto coprire l’intero ammontare delle richieste dei creditori, ovvero il valore in fiat delle criptovalute dei clienti custodite dall’exchange al momento della chiusura. 

Sembra proprio che decise di approfittarne cedendo una parte dei BTC in modo da incamerare fondi per poter ripagare in fiat i creditori. 

Ne vendette poco meno di un terzo, ma non si sa a che prezzo. Se, ad esempio, il prezzo medio di vendita fosse stato di circa 10.000$, la cifra toccata alla fine dello scoppio della bolla a febbraio 2018, avrebbe incassato circa 600 milioni di dollari, ovvero molto meno di quanto i creditori chiedessero in totale. 

Sebbene non si sappia quanti di questi abbiano chiesto di essere ripagati in fiat, è lecito immaginare che 600 milioni di dollari potrebbero non bastare, e anche se fossero qualcosa in più probabilmente non basterebbero lo stesso. 

Per questo motivo c’è chi ipotizza che il curatore sia costretto a liquidare altri BTC per poter incamerare sufficienti fondi in fiat per ripagare i creditori durante la prima fase. I BTC ed i BCH rimanenti verranno distribuiti ai restanti creditori in una seconda fase, in proporzione alle loro richieste.  

L’attacco hacker del 2011 ai danni dell’exchange

GFiS fa notare che nei giorni scorsi sono avvenute alcune transazioni piuttosto insolite da 5000 BTC ciascuna su un wallet del 2013. Uno degli utenti della chat ha associato quel wallet all’attacco informatico a Mt. Gox nell’estate del 2011.

Infatti, prima di fallire nel 2014, l’exchange aveva subito un altro attacco nel 2011. Il wallet è del 2013, ma risalendo indietro sulla blockchain sembra che i Bitcoin in esso depositati nel 2013 avessero a che fare con l’attacco del 2011. 

Sarebbe coinvolto il wallet 1McU8D7g che ricevette 134.000 BTC da Mt. Gox proprio nel periodo dell’attacco del 2011.

GFiS ipotizza che le recenti transazioni abbiano a che fare, invece, con le indagini delle forze dell’ordine su quell’attacco.

Quindi, sebbene quel wallet sembra essere collegato in qualche modo a Mt. Gox, non sembra, invece, essere collegato al processo di rimborso dei suoi creditori. 

bitcoin wallet
Bitcoin wallet potrebbe essere collegato a Jed McCaleb

Perché il wallet Bitcoin ricomparso sarebbe collegato in qualche modo a Jed McCaleb?

In teoria, sarebbe collegato ad una precedente vicenda che ha coinvolto l’exchange diversi anni prima del suo fallimento, all’epoca in cui Jed McCaleb aveva da poco venduto l’exchange a Karpeles. 

A questo punto, però, non si capisce perché ErgoBTC associ questo wallet a McCaleb. 

A meno che non ipotizzi che dietro quell’attacco del 2011 ci fosse proprio l’ex fondatore, nel frattempo passato a Ripple. Questa ipotesi a dire il vero sembra un po’ un azzardo, tanto che forse sarebbe meglio ignorarla. 

In realtà, nemmeno l’ipotesi di GFiS è da considerare confermata, ma se non altro esistono chiari indizi pubblici che la supportano. 

Se questa ipotesi fosse vera, i recenti movimenti del wallet in oggetto potrebbero non avere nulla a che fare con il rimborso dei creditori di Mt. Gox, anche se in teoria un collegamento potrebbe esserci. 

Se infatti, come sospetta GFiS, si trattasse di movimenti effettuati dalle forze dell’ordine, e non dagli hacker che avevano rubato i BTC da Mt. Gox nel 2011, sarebbe possibile immaginare che si potrebbe anche trattare di un ulteriore tentativo di recupero di fondi sottratti a Mt. Gox. 

Tuttavia, si tratta di 5.000 BTC su un totale di 140.000 ancora in possesso del curatore fallimentare, una cifra significativa, ma non in grado di fare la differenza. 

Non è, però, da escludere che le forze dell’ordine stiano trovando anche altri fondi legati a quel furto del 2011. Infatti, all’epoca vennero sottratti 25.000 BTC, una cifra che potrebbe avere un qualche impatto anche sul processo di rimborso dei creditori se venisse recuperata per intero. In totale varrebbero circa 500 milioni di dollari ai valori attuali di mercato, ovvero una cifra simile a quella che si può presumere sia stata incassata tra il 2017 ed il 2018 dalla vendita dei 60.000 BTC mancanti. 

Non si ha comunque ancora alcuna traccia di possibili movimentazioni recenti dei BTC ancora in possesso del curatore fallimentare, anche perchè lo stesso ha bisogno di un’autorizzazione esplicita del giudice per poterli spostare. Sebbene non sia possibile conoscere le decisioni del giudice, a meno che il curatore non decida di renderle pubbliche, in questo momento è lecito pensare che non abbia ancora iniziato a movimentarli. 

Considerato che durante la prima fase dei rimborsi sarà costretto a venderne un po’ sul mercato, forse anche con una certa premura, è possibile che quando inizierà a farlo il prezzo di mercato possa in qualche modo risentirne, anche se tali operazioni di vendita verranno effettuate OTC. 

Marco Cavicchioli

"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".

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