Quando la Corte Suprema ha bocciato a febbraio le tariffe imposte da Donald Trump con l’IEEPA, molti osservatori hanno pensato che la stagione dei dazi improvvisati fosse finita. Non è andata così. A distanza di cinque mesi, l’amministrazione ha ricostruito l’intero impianto tariffario su basi legali diverse, e il risultato è un impatto delle tariffe Trump sull’inflazione che rischia di durare più a lungo del previsto, con effetti che arrivano fino ai mercati crypto e a Bitcoin.
Summary
Punti chiave
- La Corte Suprema ha stabilito il 20 febbraio che l’IEEPA non autorizza il presidente a imporre tariffe d’importazione.
- Il 12 marzo l’amministrazione Trump ha aperto 60 indagini separate ai sensi della Section 301, basate su presunte violazioni legate al lavoro forzato.
- Dal 24 luglio sono in vigore nuove tariffe su beni provenienti da 60 partner commerciali, con aliquote tra il 10% e il 12,5%.
- Le nuove misure colpiscono il 99,4% delle importazioni americane, secondo quanto riportato dall’amministrazione.
- L’effetto indiretto si propaga a inflazione, rendimenti dei Treasury, dollaro e, di conseguenza, a Bitcoin.
La Corte Suprema chiude la porta all’IEEPA, non ai dazi
La sentenza della Corte Suprema del 20 febbraio è stata chirurgica: l’IEEPA non autorizza il presidente a imporre tariffe. I giudici non hanno vietato i dazi in assoluto, né abolito i poteri commerciali della presidenza: hanno semplicemente stabilito che quella specifica legge d’emergenza, pensata per congelare asset e bloccare transazioni durante crisi nazionali, non poteva sostenere un uso così ampio come una tassa universale sulle importazioni.
Trump aveva già trovato una soluzione ponte con la Section 122 del Trade Act, un sovrapprezzo temporaneo del 10% attivo dal 24 febbraio, ma la legge limitava quella misura a 150 giorni senza approvazione del Congresso. Quella scadenza di luglio ha costretto la Casa Bianca a cercare qualcosa di più stabile.
La Casa Bianca ritrova un varco nella Section 301
La risposta è arrivata attraverso la Section 301 del Trade Act, uno strumento più lento ma legalmente più solido. Il 12 marzo l’amministrazione ha avviato 60 indagini distinte, ciascuna concentrata sul verificare se un partner commerciale avesse fallito nel proibire le importazioni prodotte con lavoro forzato, o nel far rispettare un divieto già esistente.
A giugno l’Ufficio del Rappresentante commerciale statunitense ha concluso che le politiche dei paesi presi di mira fossero irragionevoli e gravassero sul commercio americano. Il processo, tra indagini, audizioni pubbliche, consultazioni con oltre 45 governi e migliaia di commenti raccolti, ha reso il nuovo impianto tariffario molto più difficile da smontare in tribunale rispetto al precedente, basato su un’unica dichiarazione di emergenza.
Sessanta partner commerciali, aliquote al 10% o al 12,5%
Dal 24 luglio, secondo quanto riportato da CNBC, le merci provenienti da 60 partner commerciali — tra cui Unione Europea, Cina, Regno Unito e Canada — sono di nuovo soggette a un dazio aggiuntivo. I paesi che hanno introdotto o si sono impegnati a introdurre divieti sul lavoro forzato pagano il 10%, mentre quelli che non lo hanno fatto pagano il 12,5%. Le nuove tariffe, entrate in vigore all’1:01 del mattino di venerdì al posto del sovrapprezzo temporaneo in scadenza, colpiscono circa il 99,4% delle importazioni statunitensi.
Canada, Messico, Unione Europea, Pakistan, Ecuador e Indonesia figurano tra i paesi che secondo l’USTR avevano divieti sulla carta ma non li applicavano efficacemente. Restano comunque esenzioni per materiali senza adeguata offerta interna, come petrolio, gas, fertilizzanti, alcuni alimenti e minerali critici, mentre Unione Europea, Taiwan, Giappone, Corea del Sud e Svizzera hanno ottenuto trattamenti differenziati legati alle aliquote già esistenti.
Va ricordato che la tariffa è pagata dall’importatore alla frontiera, non dal governo estero: il costo economico si distribuisce poi lungo la catena, tra produttori, distributori, rivenditori e in parte anche i consumatori finali, secondo come ciascun attore decide di assorbire l’aumento.
“Stiamo facendo la stessa cosa”, ammette Trump
Il quadro giuridico è cambiato, ma non l’obiettivo. Lo stesso Trump ha ammesso che le nuove tariffe stanno “facendo la stessa cosa” di quelle bocciate dalla Corte Suprema, un’affermazione che alimenta i dubbi di chi vede nel richiamo al lavoro forzato più un pretesto procedurale che un rimedio commerciale mirato.
Il rappresentante commerciale Jamieson Greer ha sostenuto che i nuovi dazi non dovrebbero avere un effetto economico significativo, perché aziende e mercati si sono già adattati a livelli tariffari elevati, e che la misura non dovrebbe alterare le decisioni della Federal Reserve. Martin Jacob, professore di accounting alla IESE Business School, ha però osservato che il riproporsi delle misure suggerisce l’ambizione della Casa Bianca di rendere i dazi un tratto permanente della politica economica americana, più che una leva negoziale temporanea.
Perché conta per l’inflazione e per la Fed
Qui sta il nodo centrale dell’impatto delle tariffe Trump sull’inflazione: le nuove misure arrivano in un contesto economico ben diverso da quello dell’aprile 2025, con il conflitto tra Stati Uniti e Iran arrivato al sesto mese e il petrolio tornato sopra i 100 dollari al barile. Emma Moriarty, portfolio manager di CG Asset Management, ha spiegato che il messaggio ai mercati è ormai chiaro: bisogna posizionarsi per uno scenario di crescita debole e inflazione alta.
Matthew Ryan, responsabile della strategia di mercato di Ebury, ha usato un’immagine efficace: il passaggio alla Section 301 elimina la vulnerabilità legale che aveva permesso alla Corte Suprema di bocciare il primo round di tariffe. Con quella “via di fuga legale” chiusa, i mercati potrebbero dover trattare i dazi come un freno strutturale alla crescita globale, non più come un rischio transitorio negoziabile. L’attenzione, secondo Ryan, si sposta ora sulla riunione del Federal Open Market Committee, con il recente rialzo del petrolio che rende meno remota l’ipotesi di un aumento dei tassi entro fine anno, uno scenario diverso da quello prospettato in precedenza, che prevedeva tassi fermi fino al 2027.
Bitcoin nella morsa dei rendimenti Treasury
Un impianto tariffario che sembra distante anni luce dal mondo crypto finisce comunque per toccare Bitcoin attraverso i canali macroeconomici: inflazione, decisioni della Fed, rendimenti dei Treasury e dollaro sono le stesse forze che oggi guidano il prezzo di BTC. Quando i rendimenti salgono, i titoli di Stato diventano più attraenti, il finanziamento delle imprese si fa più costoso e i fondi d’investimento tendono a ridurre l’esposizione ad asset che non generano flussi di cassa come Bitcoin.
Questa dinamica si è già vista concretamente: durante un precedente allarme tariffario, i fondi statunitensi hanno registrato circa 235 milioni di dollari di uscite nette dagli ETF su Bitcoin, con prodotti di Fidelity, Grayscale, Bitwise e ARK Invest tra i più colpiti. Le tensioni commerciali hanno spinto anche produttori di hardware come Bitmain, Canaan e MicroBT a spostare parte della produzione di macchine per il mining verso gli Stati Uniti, prova di come una politica doganale possa incidere sulla catena di fornitura fisica di un settore che si considera prevalentemente digitale.
Il canale del dollaro resta meno prevedibile: le tariffe possono rafforzarlo quando gli investitori globali cercano sicurezza, oppure debolirlo quando prevalgono i timori su crescita e disordine politico. In entrambi i casi, Bitcoin non reagisce in modo automatico, ma attraverso rendimenti reali, costi di copertura valutaria e i limiti di rischio delle istituzioni che ne detengono quote crescenti.
Alan Siow, co-responsabile del debito corporate dei mercati emergenti presso Ninety One Asset Management, ha definito le nuove tariffe “un’evoluzione dei primi colpi tariffari”, prevedendo che altri paesi reagiranno inizialmente in modo misurato, riservando un’eventuale escalation al momento in cui l’impatto reale della misura diventerà più chiaro. È lì, in quella finestra di incertezza tra annuncio e conseguenza concreta, che Bitcoin e i mercati dei Treasury continueranno a scambiarsi segnali per capire quanto durerà questa nuova stagione di dazi.
FAQ
Perché la Corte Suprema ha bocciato l’uso dell’IEEPA per le tariffe?
La Corte Suprema ha stabilito il 20 febbraio che l’IEEPA non autorizza il presidente a imporre tariffe, poiché la legge non era stata concepita per regolare le importazioni in questo modo.
Quale autorità legale usa ora l’amministrazione Trump per imporre le tariffe?
L’amministrazione si appoggia alla Section 301 del Trade Act per imporre tariffe finalizzate a bloccare le importazioni realizzate con lavoro forzato, dopo aver avviato indagini e consultazioni con i governi coinvolti.
In che modo le tariffe influenzano Bitcoin, pur non essendo direttamente collegate?
Le tariffe contribuiscono all’inflazione e influenzano la politica della Federal Reserve, i rendimenti dei Treasury e il dollaro, fattori che a loro volta incidono sul prezzo di Bitcoin e sul comportamento degli investitori in modo indiretto.
Le nuove tariffe sono economicamente dannose per aziende e consumatori?
L’amministrazione sostiene che le aziende si siano già adattate e che le nuove tariffe dovrebbero avere un effetto economico limitato, anche se in generale i dazi aumentano i costi che possono ripercuotersi sui consumatori.
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