Il weekend appena trascorso ha lasciato un segno pesante sul mondo del cold storage: da hardware wallet sono stati sottratti circa 89 milioni di dollari, riaccendendo un dibattito sulla reale sicurezza degli hardware wallet. Al centro della vicenda c’è Coldcard, uno dei dispositivi più diffusi per la custodia offline di Bitcoin, colpito da una falla software che ha permesso agli attaccanti di prosciugare oltre 1.200 indirizzi, secondo quanto riportato da Fox Business.
Summary
Punti chiave
- Circa 89 milioni di dollari sono stati sottratti da hardware wallet nel corso di un weekend recente.
- L’attacco è legato a una falla software nel wallet Coldcard che ha coinvolto oltre 1.200 indirizzi.
- Il cold storage, considerato tradizionalmente il metodo più sicuro per custodire crypto, viene ora messo in discussione.
- Il protocollo 1inch ha risposto sottolineando che nessun singolo dispositivo può garantire una protezione completa, e che serve un processo basato su audit indipendenti, bug bounty e approvazioni revocabili.
Perdita enorme da 89 milioni di dollari mette in discussione la sicurezza del cold storage
La cifra sottratta nel weekend, circa 89 milioni di dollari, colpisce proprio perché riguarda dispositivi che il mercato ha sempre considerato il rifugio più affidabile per Bitcoin. Il cold storage è stato per anni presentato come la soluzione definitiva contro furti ed exploit online, proprio perché tiene le chiavi private lontane da internet. Secondo Fox Business, l’attacco a Coldcard ha coinvolto oltre 1.200 indirizzi.
Questo episodio rappresenta un caso di studio per tutto il settore, non solo per gli utenti di un singolo dispositivo, dimostrando come una vulnerabilità software possa continuare a essere sfruttata nel tempo.
Limiti degli hardware wallet come unica soluzione di sicurezza
Il caso Coldcard dimostra in modo netto che nessun singolo dispositivo può sostenere da solo l’intero modello di sicurezza di un utente crypto. È il punto centrale sollevato da 1inch nel commentare l’accaduto: affidarsi esclusivamente a un hardware wallet, per quanto reputato inattaccabile, lascia scoperto un anello della catena se il software che lo governa presenta bug non individuati per tempo.
Questo episodio sta alimentando dubbi più ampi sull’autocustodia, evidenziando come una falla capace di svuotare oltre mille indirizzi rimette in discussione quanto sia davvero accessibile e sicura, nella pratica quotidiana, la gestione diretta delle proprie chiavi.
Processi fondamentali per proteggere gli asset crypto
Quello che protegge davvero i fondi nel tempo non è un oggetto, ma un processo continuo di verifica e correzione. È il ragionamento che 1inch ha rivendicato pubblicamente, presentando il proprio approccio come alternativa concettuale al modello “solo hardware”: audit indipendenti, bug bounty, approvazioni sempre revocabili e codice verificabile pubblicamente.
Audit indipendenti e bug bounty
Secondo quanto dichiarato, i contratti del protocollo passano attraverso audit indipendenti prima di essere messi in produzione, un passaggio che serve a individuare vulnerabilità prima che possano essere sfruttate da terzi. A questo si affiancano i bug bounty, programmi che incentivano ricercatori esterni a segnalare falle in cambio di ricompense, invece di lasciarle scoperte fino a un attacco reale come quello subito da Coldcard.
Approvazioni revocabili e codice smart contract verificabile
Un secondo pilastro riguarda il controllo che l’utente mantiene sulle autorizzazioni concesse. Le approvazioni restano revocabili in ogni momento, e il codice dei contratti è verificabile, quindi ispezionabile da chiunque voglia controllare come vengono gestiti i fondi. È l’opposto di un sistema chiuso in cui bisogna fidarsi ciecamente di un firmware proprietario, come è accaduto con la falla che ha colpito Coldcard.
Custodia e controllo degli asset nelle transazioni sicure
Un altro elemento chiave riguarda il momento esatto in cui gli asset lasciano il controllo dell’utente. Nel modello descritto da 1inch, gli asset restano nel wallet dell’utente fino a quando uno swap non si conclude effettivamente, evitando che i fondi transitino per periodi prolungati in mani terze durante l’operazione. È un dettaglio tecnico che pesa molto sul piano della protezione degli asset digitali: meno tempo i fondi passano fuori dal controllo diretto del proprietario, meno superficie di attacco resta esposta.
Il confronto con quanto accaduto a Coldcard è diretto: lì il problema non era la custodia in sé, ma il software che gestiva le chiavi all’interno del dispositivo. Qui la risposta del settore punta a spostare l’attenzione dal singolo device verso l’intera architettura di sicurezza, comprese le approvazioni revocabili e i controlli indipendenti sul codice, come elementi che completano — e in parte correggono — i limiti mostrati dal cold storage in questo episodio.
FAQ
Quanto è stato sottratto dagli hardware wallet di recente?
Circa 89 milioni di dollari sono stati drenati da hardware wallet nel corso di un weekend recente, secondo i dati riportati.
Gli hardware wallet da soli bastano a garantire la sicurezza delle crypto?
No: nessun singolo dispositivo hardware può sostenere da solo l’intero modello di sicurezza. Servono processi di protezione stratificati che vadano oltre il singolo device.
Quali processi aiutano a proteggere i fondi crypto nel tempo?
Una protezione efficace si basa su audit indipendenti, programmi di bug bounty, approvazioni revocabili e codice degli smart contract verificabile pubblicamente.
In quale momento gli asset crypto lasciano effettivamente il wallet durante una transazione?
Gli asset restano nel wallet dell’utente fino a quando la transazione di swap non si conclude.
Contenuto realizzato con l’assistenza dell’intelligenza artificiale e con revisione editoriale umana.

