In questi giorni Carrefour ha iniziato a pubblicizzare l’adozione della blockchain che sta usando per consentire ai propri clienti il controllo della filiera con lo slogan “scopri subito la storia dei nostri prodotti” e l’eco è stata sufficientemente potente da far interessare tutti i media.

Onde valutare analiticamente l’importante iniziativa del colosso degli alimentari, denominata Act for Food, abbiamo studiato la documentazione tecnica della IBM Food Trust, ovvero la “piattaforma con soluzioni Blockchain” utilizzata da Carrefour.

O meglio: utilizzata da tutto il gruppo Carrefour, ad eccezione – sembrerebbe – dell’Italia. Leggendo sino in fondo potreste forse scoprire che, per una volta, “Italians do it better!”.

Prima di analizzare il valore della piattaforma IBM conviene ricordare in primo luogo cos’è la Blockchain e quali sono le sue caratteristiche principali.

La Blockchain nasce da un’intuizione di Satoshi Nakamoto (pseudonimo dell’inventore del Bitcoin, la cui identità è tutt’ora ignota) ed è un registro distribuito e aperto, che ha la finalità di memorizzare il trasferimento di informazioni tra due soggetti (ad esempio la cessione di 0,5 bitcoin dal soggetto A al soggetto B) in modo sicuro, inalterabile, permanente e verificabile.

Un archivio decentralizzato, dunque, ove i dati non sono sotto il controllo di alcun individuo o ente che possa modicarne i contenuti.

A livello pratico, il concetto di Blockchain si traduce in un grande numero di computer di proprietà di “pari” (ovvero privati ed aziende che partecipano senza distinzioni gerarchiche, ergo: nessuno è subordinato a nessuno) collocati in diverse aree geografiche e collegati tra loro in un network attraverso internet. Ciascuno di questi nodi custodisce tutte le informazioni che vengono introdotte nel registro.

L’obiettivo dichiarato da Carrefour e IBM nell’adozione di questa tecnologia fa riferimento ad una constatazione sull’attuale business degli alimentari: il cibo è disponibile senza più i vincoli del luogo e della stagionalità di produzione. Il consumatore è diventato attento e vuole informarsi sulla provenienza di ciò che ingerisce, anche in funzione della crescente sensibilità verso lo sfruttamento dell’ambiente.

Il consumatore stesso, tuttavia, nell’informarsi è oggi costretto ad un grosso atto di fiducia. Fiducia spesso riposta verso multinazionali che negli anni han dato prova di farsi ben pochi scrupoli nello sfruttamento delle risorse umane e materiali e che potrebbero documentare la propria filiera in modo fraudolento o incompleto.

La soluzione blockchain adottata da Carrefour e sviluppata da IBM ha la finalità di fornire agli utenti autorizzati immediato accesso a tutti i dati della filiera stessa, dalla fattoria allo store.

 

IBM food trust carrefour

Nell’archivio IBM Food Trust è presente l’intera storia di un numero crescente di prodotti brandizzati dal colosso nato ad Annecy nel 1959 e che oggi vanta punti vendita in 33 paesi del Mondo (7° gruppo di vendita al dettaglio, con oltre 80 miliardi di fatturato e 460.000 dipendenti, dislocati in più di 12.000 negozi).

Per aumentare il livello di fiducia nell’industria alimentare da parte del consumatore si è deciso di lavorare, ad esempio, per fornire informazioni sulla freschezza del cibo, per ridurre gli sprechi ottimizzando la catena della fornitura, che diventerà più trasparente, quale frutto della cooperazione di più entità.

Di recente anche Walmart, la più importante catena al mondo nel ramo della grande distribuzione, ha annunciato l’adozione delle tecnologie IBM.

IBM Food Trust funziona come una vera e propria piattaforma, a cui ciascun anello della catena di produzione e distribuzione può accedere con un ruolo specifico.

Una blockchain, tuttavia, esente dall’utilizzo di crittovalute, il che induce ad un primo dilemma: se il premio per la certificazione delle informazioni non viene generato in maniera decentralizzata ma è, al contrario, elargito da un ente proprietario dei prodotti e del database, chi garantisce che l’operato dei certificatori non sia soggetto a collusione o corruzione?

Inoltre, tra i citati ruoli previsti dalla piattaforma c’è il così definito Certification Manager, ovvero un utente che gode dei diritti per “aggiungere, cancellare e modificare le certificazioni e i documenti”.

Ma uno dei requisiti fondamentali della Blockchain non dovrebbe essere l’inalterabilità di tutte le informazioni, una volta che su di essa son state caricate?

“[…]Le certificazioni, ad ogni modo, possono essere rilasciate da agenzie ed organizzazioni con autorità differente o in sovrapposizione, legate a differenti giurisdizioni e con un tempo di validità potenzialmente molto differente. Verificare che i certificati siano completi, corretti e attualmente correnti è complicato dalla loro abbondanza, complessità e varietà. Per semplificare questo compito, IBM Food Trust offre un approcchio olistico al modulo di certificazione, aiutando così a tracciare ed archiviare tutti i certificati.

Il designato Certificate Manager è autorizzato a caricare ed amministrare l’organizzazione strutturale dei certificati, così come gli altri documenti necessari quali autorizzazioni, licenze e risultati di ispezioni[…]”

Un approccio centralizzato, che da un lato vorrebbe garantire la qualità delle informazioni ma, dall’altro, sembra già lesivo della coerenza del modello blockchain, che dovrebbe rendere il sistema scevro dalla possibilità di manipolazioni dei dati una volta inseriti. Non pare questo il caso.

E le domande sorgono, dunque, spontanee: quali vantaggi reali offre questa piattaforma rispetto ad un ordinario database centralizzato in cloud?

Non si tratterà forse di una mera operazione di marketing, per cavalcare il trend della blockchain?

E’ anche vero che le rivoluzioni non accadono da un giorno con l’altro e che l’adozione di una forma spuria del protocollo battezzato da Satoshi Nakamoto ugualmente costituisce un passo verso il progresso.

Un progresso che, come anticipato, sembra maggiormente perseguito da Carrefour Italia: perché accontentarsi delle dichiarazioni ufficiali quando puoi testare direttamente con mano, grazie alla natura stessa della Blockchain, l’operatività del sistema?

Provando a tracciare la filiera di un prodotto ci siamo accorti che il certificato rimanda ad un link di Etherscan.io (che, come chiunque sia un minimo pratico di crittovalute ben sa, è il Block Explorer di Ethereum): come potete constatare voi stessi seguendo l’indirizzo http://bit.ly/carrefourbc1 la certificazione è avvenuta attraverso una transazione a 0 ether.

Come mai Carrefour Italia adotta una blockchain differente?

Per quale ragione ciò non viene rivelato in nessun comunicato ufficiale?

E’ evidente che la vicenda meriti ulteriori approfondimenti.