Proof of Burn (PoB): di che cosa si tratta?
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Proof of Burn (PoB): di che cosa si tratta?

By Michele Porta - 19 Mag 2019

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Esistono molti metodi di consenso come, tra le più conosciute, la POW (Proof of Work) e POS (Proof of Stakes) che verrà implementata su Ethereum. Ma ce ne sono anche altre meno famose come il PoB, acronimo di Proof of Burn.

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Perché è necessario un meccanismo di consenso?

Per capire cos’è la Proof of Burn, dobbiamo prima capire il motivo per cui le criptovalute utilizzano un metodo di consenso. Dato che nella blockchain non esiste alcuna entità centrale che convalida le transazioni, questo lavoro deve essere svolto dai nodi in modo collaborativo.

La blockchain impedisce che alcuni nodi possano creare denaro dal nulla, ma potrebbero esserci nodi disonesti che tentano di spendere una moneta due volte, il cosiddétto double spending.

Ad esempio, un utente malintenzionato potrebbe acquistare un oggetto in un negozio online e cercare immediatamente di inviare gli stessi token in un exchange.

Per evitare queste doppie spese, i nodi devono raggiungere un accordo su quali transazioni considerare valide e quali no.

La soluzione più semplice potrebbe essere quella in cui ogni nodo vota per quali transazioni includere alll’interno di un blocco e quali no, ma purtroppo tale soluzioni risulterebbe debole. Infatti, un partecipante malintenzionato potrebbe creare migliaia di nodi e manipolare il voto.

Proof of work: il meccanismo alla base di Bitcoin

In Bitcoin e in molte altre criptovalute viene utilizzato un meccanismo di consenso denominato Proof of work.

I nodi (i miner) competono fra di loro per generare un blocco nella blockchain. Per includere un blocco, i loro computer devono prima effettuare del pesante lavoro computazionale, cercando di risolvere un difficile puzzle crittografico.

Il nodo che per primo risolve il puzzle ha diritto di inserire il blocco sulla blockchain ed otterrà una ricompensa per incentivare la continuazione del lavoro. Questo processo prende il nome di mining.

Solo in questo modo un utente può essere sicuro che tutte le proprie transazioni vengano incluse nella blockchain.

Anche questo meccanismo di consenso potrebbe essere hackerato ma se la rete è abbastanza grande risulta molto difficile e costoso. Infatti, se si avesse a disposizione più della metà della potenza di hash totale della rete, si potrebbe essere certi di scrivere più blocchi consecutivamente della blockchain.

Tale tipo di attacco prende il nome di attacco del 51% ed è già successo in passato a coin minori.

Proof of burn (PoB): in cosa consiste?

A differenza del PoW, la Proof of Burn (PoB) è un meccanismo di consenso senza spreco di energia.

La vera e propria potenza di calcolo non è importante per evitare la manipolazione. In questo caso i nodi distruggono o bruciano (burn) i propri token se vogliono ottenere il diritto di generare i blocchi successivi e di ricevere una ricompensa.

Iain Stewart, la mente dietro alla Proof of Burn, ha fornito un interessante analogia: i token bruciati possono essere considerati vere e proprie attrezzature di mining. Ciò significa che l’atto di bruciare i propri token può essere paragonato all’atto di acquistare attrezzatura di mining.

Nel PoB quindi ogni volta che si decide di distruggere una parte dei propri token, si acquista una parte di potenza di calcolo virtuale che ti dà la possibilità di validarei blocchi. Più token si bruciano, più alta sarà la probabilità di ricevere la ricompensa.

Fra le criptovalute più famose che ad oggi utilizzano tale meccanismo con successo troviamo SlimCoin (SLM), Counterparty (XCP) e Factom (FCT).

Michele Porta
Michele Porta

Ingegnere informatico. Da sempre appassionato di tecnologia, hardware e software. Entra nel mondo delle criptovalute negli ultimi anni imparando a fare trading e studiando gli aspetti tecnologici e implementativi delle principali crypto sul mercato. Spera in un futuro privo di contanti e basato sulla sicurezza garantita dalla blockchain.

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