Piccolo manuale antifrode (Parte seconda)
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Criptovalute

Piccolo manuale antifrode (Parte seconda)

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In questa seconda puntata del manuale antifrode, ciclo di articoli dedicati appunto alle frodi, ci occuperemo del celeberrimo schema Ponzi.

Manuale antifrode: Schema Ponzi e criptovalute

Questo schema, infatti, costituisce l’ingrediente principale di una varietà di declinazioni di frodi frequentemente utilizzate o in qualche modo correlate con le criptovalute.

Trae il suo nome da un celebre truffatore, Charles Ponzi, che visse ed operò tra la fine del diciannovesimo e i primi del ventesimo secolo, riuscendo a frodare circa 40 mila persone, raccogliendo, si dice, circa 15 milioni di dollari. 

Qua e là, soprattutto sulla stampa non specializzata e nelle dichiarazioni e alcuni detrattori, capita di leggere che alcune criptovalute potrebbero essere uno schema Ponzi.

In realtà non è proprio così: può capitare e capita che le criptovalute vengano utilizzate o siano correlate ad una frode basata su uno schema Ponzi, ma né più e né meno di quanto avviene per ogni genere di asset o di operazione finanziaria. 

Come funziona uno schema Ponzi.

schema ponzi
La struttura di un classico schema Ponzi

Tizio offre a Caio la possibilità di partecipare ad un investimento altamente redditizio. Caio gli consegna 100 e dopo una settimana si vede restituire diciamo 150. 

A questo punto per Tizio è facile convincere Caio (ingolosito dalla riuscita dell’investimento) a riprovarci investendo importi crescenti e a portare altri investitori (amici e conoscenti) guadagnando una percentuale sugli importi investiti anche dagli altri. 

Ecco creata la catena di sant’Antonio: i rendimenti dell’investimento di volta in volta distribuiti alle vittime della frode, per farli restare legati al sistema e per indurli a introdurre nuove vittime, in realtà vengono “finanziati” dai capitali versati dai nuovi arrivati.

In genere non è rilevante il tipo di investimento che viene proposto, perché in realtà non c’è alcuna operazione reale. L’operazione puramente fittizia ed inesistente viene proposta e narrata a seconda della sua efficacia nel suggestionare le vittime. Vittime che, paradossalmente, diventano anche complici involontarie del carnefice laddove contribuiscono a portarne di nuove nella trappola.

Il gioco finisce quando vengono accumulati capitali sufficienti per indurre il truffatore a scappare con la cassa o quando l’apporto di nuovi capitali non riesce più a coprire i finti rendimenti da distribuire alle vittime. 

Uno dei casi più famosi è quello della frode realizzata da Bernard Maddof che per decenni, fino ai primi anni 2000 riuscì a raccogliere una ventina di miliardi di dollari, riuscendo a bidonare, tra gli altri, anche fior di banche.

I casi di diversi schemi Ponzi nel mondo delle criptovalute

La letteratura ci riporta diversi casi di grande risonanza.

Uno è quello di Quadriga CX: un exchange canadese che, nel periodo a cavallo del boom nelle quotazioni del Bitcoin, tra il 2017 e il 2018, ha raccolto diverse centinaia di milioni di dollari da investitori che hanno visto lievitare vertiginosamente il valore dei loro investimenti in crypto, per poi lasciarli con un pugno di mosche in mano nel momento in cui quegli stessi investitori hanno cercato di riconvertire in valuta fiat quanto avevano investito trasferendo fondi alla piattaforma. 

Una storia piena di misteri: dalla morte del fondatore, Gerard Cotten, che si sarebbe portato nella tomba le chiavi private dei wallet dell’exchange, al ruolo del co-fondatore, della cui effettiva identità non vi è ancora certezza (Michael Patryn, o Omar Dahani, a seconda degli alias), pure svanito nel nulla.

Sta di fatto che, stando alle ricostruzioni, i fondi affidati alla piattaforma dagli investitori nei wallet della società, al momento del crac, non c’erano più, involati strada facendo e drenati sistematicamente da chi, stando ai vertici dell’azienda, aveva accesso a quei fondi. 

La frode è perdurata fino a che i nuovi clienti della piattaforma facevano affluire nuovi fondi che andavano a coprire chi decideva di riconvertire in fiat.

Quando questo equilibrio è venuto meno, il banco è saltato.

Un altro caso molto noto è quello di Bitconnect: in questo caso l’esca era costituita da un programma di prestiti (lending) che, reinvestiti mediante un bot che avrebbe operato trading automatizzato, sarebbe stato in grado di generare per gli investitori, vittime di questo scam, rendimenti molto elevati. Il risultato finale è che sono stati raccolti e bruciati circa 2,4 miliardi di dollari, con un picco di capitalizzazione di ben 3,4 miliardi, scomparsi con il fondatore, Satish Kumbhani, incriminato e ricercato dalle autorità statunitensi, tutt’oggi uccel di bosco.

Abbiamo quindi uno schema antico, perpetrato con nuove tecnologie, e alla base di tutto c’è sempre una qualche iniziativa che viene proposta, nel modo più convincente possibile, come capace di generare importanti ritorni.

Uno schema ricorrente in grado di insediarsi anche nelle nuove tecnologie

Raramente una criptovaluta bidirezionale integra di per se stessa uno schema Ponzi, ma può essere utilizzata per alimentarne uno: ad esempio, lo sviluppo di un’applicazione finanziaria che promette guadagni vertiginosi, in cui per registrarsi occorre acquistare dei token versando criptovalute (per lo più BTC o ETH). 

Il punto di caduta sta nel fatto che l’operazione finanziaria o imprenditoriale sottostante è fittizia, vengono trasmessi agli investitori rendiconti artefatti per convincerli del fatto che quell’operazione sta avendo successo, e se lungo la strada vengono distribuiti dividendi di qualche forma, essi in realtà non sono il frutto dell’operazione finanziaria, ma provengono dalle risorse raccolte dalla base dei nuovi investitori, che progressivamente si allarga.

Questo tipo di schema spesso è alla base delle frodi note nell’ambiente come “Rug Pull Scam”, in cui è pianificato il fatto che, ad un certo momento, i promotori della frode scapperanno con la cassa costituita dai fondi di chi ha dato loro fiducia, per progetti di applicazioni finanziarie in realtà inesistenti.

Come riconoscere ed evitare uno schema Ponzi

Come si può evitare di cadere in uno schema Ponzi? Non è facile, poiché questo dipende innanzitutto dalla capacità di verificare l’effettività e la concretezza dell’iniziativa alla base dell’investimento e le sue possibilità di concreta riuscita.

E questo ovviamente significa che occorre avere una quantità di competenze specifiche sia per valutare l’operazione sulla carta (che spesso viene presentata in modo molto convincente ed efficace) che nella realtà pratica.

Una verifica che potrebbe essere tutt’altro che facile, sia perché non tutti dispongono delle competenze necessarie per andare in profondità di questi progetti, sia perché, se chi promuove questo tipo di frode sa il fatto suo, è altamente probabile che il tutto sia stato orchestrato in modo da trarre in inganno anche gli investitori più smaliziati.

Detto questo, la prima regola è di non investire mai in progetti di cui non si abbia una conoscenza profonda e diretta, dei quali non siano perfettamente identificabili con assoluta certezza i promotori e dei quali si conosca con altrettanta certezza il background personale e professionale.

Secondo Paolo Dal Checco, autorevole Consulente Informatico Forense, specializzato in perizie informatiche anche in ambito crypto, questo tipo di truffa per quanto “tradizionale” e attuato fin da ben prima della nascita delle criptomonete, è grazie alla rete che è più facile da smascherare.  Quando si viene invitati a investire in un progetto che promette lauti guadagni soprattutto in futuro, quando più persone verranno coinvolte, è importante fare alcune verifiche.

Innanzitutto, controllare, tramite semplici ricerche OSINT, la reputazione di chi propone l’investimento, i feedback sul progetto, la storia dei suoi fondatori e tutto ciò che può permettere di valutare la serietà di ciò che viene proposto. Se i fondatori sono sconosciuti, anonimi, non hanno profili consolidati nel tempo, non significa necessariamente che il progetto sia una truffa o uno schema Ponzi, ma sicuramente è necessario alzare la soglia di attenzione.

Ci si può inoltre avvalere di motori di ricerca, sistemi di monitoraggio come TalkWalker che garantiscono tra l’altro maggiore immediatezza, analisi di trend/sentiment su Twitter, ricerca su forum o gruppi Telegram/Discord, facendo verifiche sui soggetti che parlano positivamente del progetto e che potrebbero essere stati creati appositamente per convincere le potenziali vittime dell’eventuale truffa.

Se l’iniziativa è già stata avviata anche dal punto di vista tecnico, tra l’altro, si può volendo anche verificare la quantità di liquidità presente sul mercato osservando le transazioni occorse durante la giornata, magari analizzandone la blockchain pubblica. Questo elemento, tra l’altro, serve anche a sottolineare come molto spesso un indice di sospetto è proprio il fatto che non vi siano riscontri sulle transazioni giornaliere, magari perché la blockchain non è pubblica. 

Non necessariamente blockchain “permissioned” o private devono essere considerate a rischio, ma è innegabile che rispetto a blockchain pubbliche, algoritmi accessibili da chiunque, paper pubblicati con le indicazioni sulla fondazione del protocollo e codice di gestione aperto sono da preferire. 

Chiaramente una ICO, token, criptomoneta che abbia uno scambio giornaliero di rilievo, godrà di maggiore attendibilità rispetto a una per la quale non ci sono movimenti e tutto il “potenziale” ricade nel futuro.

Cosa fare se si è vittima di uno schema Ponzi

Se nonostante tutte queste precauzioni e verifiche si cade vittima di una frode basata su uno schema Ponzi, l’unica possibilità di tutela è quella di rivolgersi all’autorità giudiziaria in sede penale. 

Spesso gli autori di uno schema Ponzi vengono identificati e perseguiti.

Riuscire a ritornare in possesso dei fondi investiti, però, è un’altra faccenda, e dipende da un insieme di variabili: dalla possibilità di rintracciarne l’allocazione alla possibilità che siano localizzati in giurisdizioni collaborative. Soprattutto, occorre sperare che i fondi non siano stati nel frattempo spesi.

Insomma, può sembrare banale, ma ancora una volta il rimedio principale resta la capacità di riuscire ad evitare di cadere vittima di questo tipo di frodi. 

E per fare questo, occorre tenere alta la guardia, sviluppare un sano senso di diffidenza e ricordarsi che vale la regola per cui quando è troppo bello per essere vero, probabilmente non è vero affatto.

Luciano Quarta - The Crypto Lawyer

Luciano Quarta, avvocato tributarista in Milano, managing partner e fondatore dello studio legale tributario QRM&P, ha all’attivo molte pubblicazioni sugli aspetti legali e tributari di legal tech, intelligenza artificiale e criptovalute. Relatore in numerosi convegni sulla materia, tiene la rubrica “Tax & the city” per il quotidiano La Verità e scrive regolarmente per la rubrica Economia e tasse della testata Panorama. È membro della Commissione Giustizia Tributaria presso l’Ordine degli Avvocati di Milano ed è il referente della sede milanese dell’associazione interdisciplinare per lo studio e le applicazioni dell’intelligenza artificiale GP4AI (Global Professionals for Artificial Intelligence).

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