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Arresti a Dubai per la truffa delle criptovalute, gli atti passano alla Procura di Treviso per competenza territoriale

Sono stati arrestati a Dubai gli imprenditori trevigiani Christian Visentin ed Emanuele Giullini per la truffa delle criptovalute. Ora, gli atti sono passati alla Procura di Treviso che si sta occupando del caso, dopo aver rivendicato la competenza territoriale.

Dubai: gli arresti per la frode in criptovalute passati alla procura di Treviso 

Christian Visentin ed Emanuele Giullini sono stati denunciati in Italia per aver raccolto 260 milioni di euro utilizzando le società di NFT. I due sono sotto inchiesta dopo che una prima indagine condotta dalla Procura di Pordenone aveva svelato alcuni dettagli legati alla truffa di Bitcoin tramite la New Financial Technology

Società che prometteva ai singoli utenti il 10% di interessi al mese per ogni investimento in criptovalute. Come anticipato, in un secondo momento gli atti sono passati alla Procura di Treviso. 

Secondo quanto emerge dalle prime ricostruzioni, la misura sarebbe stata portata avanti dalle forze dell’ordine degli Emirati. Un intervento che non sarebbe in questo caso collegato alle indagini della magistratura italiana, ma a delle operazioni partite direttamente dalla giustizia del Paese arabo. 

Tutto sempre per via delle attività compiute da Visentin e Giullini nel Paese straniero che, stando a quanto viene riportato dall’Ansa, sarebbero di natura analoga a quelle riscontrate in Italia.

Le ragioni che hanno spinto gli Emirati a chiedere un ordine restrittivo ai due imprenditori sarebbero due capi di imputazione. Il primo, prevede i reati “contro la fiducia” e il secondo il “tradimento”. 

In termini giudiziari italiani si tratterebbe di una truffa aggravata. Visentin è difeso dall’avvocato Paolo Gianatti, di Albenga (Savona), mentre Giulini è assistito da Nicola Bonino, di Torino, entrambi impegnati a scoprire le contestazioni dei magistrati. 

Tutti i dettagli dell’arresto a Dubai per la truffa delle criptovalute 

Nel pomeriggio di ieri, 13 febbraio, si è svolta la convalida dell’arresto, che in quel Paese vale anche come udienza preliminare. Il giudice ha quindi la facoltà di rinviare a giudizio i due indagati, che in caso di condanna a processo rischierebbero fino a dieci anni di carcere.

Oltre ai vertici di NFT, gli investitori truffati stanno portando avanti una serie di richieste in varie procure italiane nei confronti di una settantina di agenti, accusati di esercizio abusivo della promozione finanziaria e di truffa aggravata. 

Oltre all’Italia, tra le inchieste della magistratura italiana e della Consob, si stanno muovendo anche le procure di tutta Europa per rintracciare i soldi sottratti in maniera illecita agli investitori.

Tuttavia, non si hanno notizie di Rizzato, il terzo socio della società trevigiana New Financial Technology. Lo schema Ponzi avrebbe coinvolto circa 6mila investitori, quasi tutti veneti e friulani, per una somma, come anticipato, che si aggira intorno ai 260 milioni di euro. 

Tutto scaturisce dallo scorso mese di maggio, quando la società ha bloccato i pagamenti degli interessi per poi bloccare anche tutti i prelievi. Per dirla in altre parole, gli investitori si erano trovati con un pugno di mosche in mano.

Secondo quanto trapelato, Visentin e Giullini sarebbero stati arrestati in un’operazione congiunta scattata non per richieste provenienti dall’Italia bensì arrivate direttamente dagli Emirati. I due avrebbero poi intrapreso negli Emirati attività di natura analoga a quelle portate avanti in Italia.

Ad ogni modo, lo scorso dicembre già si vociferava sul fatto che uomini della malavita, legati a clan camorristici campani, avessero raggiunto Visentin a Dubai, convincendolo, con le buone o con le cattive, a restituire loro quanto investito. 

Le precedenti perquisizioni a Treviso e Pordenone sulla vicenda NFT di Silea

Già lo scorso agosto, le Forze dell’Ordine avevano eseguito perquisizioni domiciliari nelle province di Pordenone e Treviso e in altre località del territorio nazionale, constatando la probabile già avvenuta sparizione di gran parte dei documenti e di altre utili informazioni. 

Il Procuratore capo Raffaele Tito aveva, infatti, dichiarato in merito quanto segue: 

“Pare che, ancora una volta, troppe persone non abbiano voluto ascoltare i moniti di prudenza che vengono costantemente emanati dagli organi statali preposti e, invogliati da inverosimili guadagni, abbiano investito imprudentemente i propri risparmi, guadagnati spesso con tanto sacrificio.” 

L’indagine è stata aperta a seguito di un’approfondita informativa della Guardia di finanza, la Procura di Pordenone è in stretto contatto investigativo con quella di Treviso ed è stato infatti poi imminente anche il deposito di una denuncia presso la Procura di Milano.

Alessia Pannone
Alessia Pannone
Laureata in scienze della comunicazione e attualmente studentessa del corso di laurea magistrale in editoria e scrittura. Scrittrice di articoli in ottica SEO, con cura per l’indicizzazione nei motori di ricerca, in totale o parziale autonomia.
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