Come la blockchain sta ripristinando la digital trust
Blockchain

Come la blockchain sta ripristinando la digital trust

By Massimo Chiriatti - 9 Dic 2018

Chevron down

Studiamo la fase più critica del meccanismo delle DLT: quella in cui si immettono le informazioni dalla realtà fisica nella blockchain, registro decentralizzato che potrebbe aiutare a ripristinare quella che si può definire digital trust.

Read this article in the English version here.

È – ed è sempre stato – un problema di fiducia, se lo fa un umano, perché dobbiamo fidarci?

Dato che siamo distanti da soggetti sconosciuti che compiono l’azione, non ci resta che fidarci, a prescindere da quale registro cartaceo o digitale impieghiamo.

Però, se facciamo in modo che a registrare il dato sulla blockchain sia una macchina (per esempio una bilancia con un software adatto a fare una transazione direttamente sulla blockchain) è più accettabile e potrebbe ristabilire – o meglio creare – una digital trust.

Rimuovere l’azione manuale e di trascrizione cartacea, il paperwork che è foriero di errori, vuol dire rimuovere gli umani dal processo e renderlo più veloce, quindi a minor costo.
Si devono pertanto creare adattatori che consentano ai sensori di interfacciarsi direttamente con la blockchain.

Come per il contatore dell’acqua, meglio non fidarsi dell’utente perché ha tutto l’incentivo di modificare il dato a proprio vantaggio. Porre i sigilli e abilitare la lettura automatica del contatore non elimina il rischio, ma lo riduce in modo consistente.

Questo è un punto di estrema attenzione: su tutto quello che si fa prima dell’introduzione del dato, la blockchain non ha nessun ruolo.

La blockchain è uno spartiacque della fiducia: prima di introdurre i dati, nella realtà esiste solo quella umana; dopo aver introdotto all’interno il dato, la fiducia è riposta nelle prove matematiche che essa conserva.

Il dato scritto sulla blockchain non è sempre vero.

È solo sicuro chi l’ha scritto, cosa ha aggiunto e quando l’ha immesso. Sarà il consenso dato dalla maggioranza dei nodi onesti a decidere cosa sarà considerato valido. In parte simile al meccanismo di pubblicazione delle pagine di Wikipedia.

E questo è di certo un concetto che merita un approfondimento. Una condizione necessaria ma non sufficiente è la notarizzazione (Proof of Existence) – in modalità trustless – dell’esistenza del bene in un certo momento.

Ma se si deve certificare l’attestazione sulla blockchain della proprietà da parte di un soggetto bisogna ricorrere ad una Proof of Publication, in modo che non sia più possibile spendere due volte il bene (double spending).

Il proprietario delle informazioni, oltre ad avere certezza della fabbrica che ha prodotto la borsa, può anche essere sicuro di essere l’unico titolare del bene. Tutte queste “proof of” in realtà sono delle prove matematiche inviolabili del fatto che si è svolto un effettivo lavoro, facilmente verificabile da tutti, e che è stato registrato permanentemente nella blockchain.

I dati così notarizzati sulla blockchain forniscono una marcatura temporale, una sorta di ceralacca digitale che garantisca la non manipolazione a posteriori. Quindi è facile per le controparti, sia umane sia meccaniche, verificare la correttezza dei dati. Ma attenzione: questo non implica anche la veridicità del dato.

L’ideale è avere sensori a basso costo e consumo con capacità di connessione direttamente sulla blockchain. Il tag presente sul prodotto segnala il suo stato che è passato attraverso diversi indirizzi pubblici corrispondenti ai vari operatori con i quali è entrato in contatto.

Costoro, essendo gli unici possessori della segretezza della chiava privata con la quale firmare ogni movimento dell’asset, se ne assumono la responsabilità nel contesto di una blockchain inalterabile.

In altre parole, una volta registrato l’oggetto, per esempio una borsa di lusso, con un identificativo che corrisponde a una transazione sulla blockchain, non ce ne possono essere due nel mondo reale. Il problema del double spending è naturalmente risolto nella blockchain.

Abbiamo visto che macchine del mondo fisico scrivono nella blockchain, all’uomo spetta però il compito di verifica.

Ciò ha estreme conseguenze, nel senso che non possiamo cambiare il mondo fisico. Una volta che è digitale e abbiamo dato la supremazia della governance, non dovremmo più avere opzioni per intervenire. Pensiamo ai pagamenti, per esempio: una volta caricati di token e agganciati agli smart contract, saranno automatici senza discrezionalità umana.

Una prima sintesi

Gli strumenti a disposizione sono tre:

  • La fiducia negli operatori (da impiegare solo dove è necessaria)
  • La tecnologia blockchain (che non permette la modifica del dato dopo averlo immesso. Ossia la notarizzazione)
  • Risalire più facilmente e con rapidità a chi ha fatto cosa e quando in caso di violazione (così da permettere alle ASL, ai NAS, etc., di far verifiche).
Massimo Chiriatti
Massimo Chiriatti

Tecnologo, collabora con Università e centri di ricerca per eventi di formazione sull’economia digitale. Prende parte attivamente a congressi e forum su temi riguardanti in particolar modo. l’innovazione nell’ICT. Membro di Assob.it, un’associazione senza scopo di lucro per lo studio delle criptovalute e per promuovere la tecnologia Blockchain.

Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice.