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L’economia di Bitcoin dopo il CoronaVirus
L’economia di Bitcoin dopo il CoronaVirus
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L’economia di Bitcoin dopo il CoronaVirus

By Lars Schlichting - 22 Mar 2020

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Il 24 febbraio 2020 i mercati finanziari e anche il prezzo di bitcoin hanno iniziato un declino che si è drammaticamente ampliato man mano che l’impatto del CoronaVirus sull’economia mondiale diventava più evidente. 

Questa crisi, probabilmente solo al suo inizio, ha trascinato infatti con sé anche altri valori, come il petrolio e bitcoin.

Proprio il crollo del bitcoin ha sorpreso i suoi sostenitori che lo reputavano un valore non correlato ai mercati e creato proprio per eventi come questo.

Ma andiamo con ordine.

La nascita di Bitcoin

Il 31 ottobre 2008, mentre l’ultima crisi finanziaria faceva tremare i mercati, una o più persone, sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto, ha (o hanno) scritto il cosiddetto whitepaper che riassumeva la soluzione ad un problema: come creare un sistema di pagamento completamente digitale e decentralizzato, dunque senza necessità di una controparte centrale quale una banca per garantirne il funzionamento. Il documento, molto tecnico, gettava le basi della tecnologia blockchain e della sua prima applicazione pratica: bitcoin. 

Quello che il whitepaper non spiega è la teoria economica che si cela dietro la più importante delle criptovalute e che può essere svelata grazie alla situazione storica e i simboli lasciati da Satoshi Nakamoto.

Non è infatti un caso che bitcoin nasca nel pieno della crisi finanziaria del 2008. In quel periodo le banche centrali di tutto il mondo hanno stampato moneta per salvare le banche in difficoltà. 

Secondo le più autorevoli e storiche teorie economiche, più moneta viene stampata, più alta sarà l’inflazione. Benché questa teoria sembri aver perso valore in questo contesto storico, all’epoca Satoshi Nakamoto l’ha ritenuta valida. 

La correlazione tra bitcoin e l’oro

L’ipotetica inflazione futura sarebbe un facile modo per ridurre il debito pubblico, ma intaccherebbe anche il patrimonio dei risparmiatori. In un tale contesto, per poter proteggere i propri risparmi gli investitori si dovrebbero rivolgere verso il bene rifugio per eccellenza: l’oro. 

L’oro infatti è un bene scarso e questa sua caratteristica permette di combattere l’inflazione. Ma l’oro non è un mezzo agevole per svolgere transazioni economiche in un’economia globalizzata. Come pagare una fornitura del proprio produttore cinese in oro? Devo spedire l’oro prima ancora di ricevere la merce? E se poi la merce non viene spedita? Per Nakamoto dunque l’oro era sì un bene rifugio, ma non adatto ad un mondo sempre più connesso e digitale. 

Egli ha pertanto voluto creare l’oro digitale: bitcoin appunto. Come l’oro infatti, anche il bitcoin è scarso. Ne saranno emessi in totale solo 21 milioni. Ogni quattro anni circa, il numero di bitcoin emessi viene dimezzato, fino al 2140 circa, quando non ci saranno più bitcoin disponibili. 

Come l’oro bitcoin è dunque un bene deflazionario. Come l’oro bitcoin non può essere falsificato (la potenza di calcolo richiesta per falsificare bitcoin non può essere riprodotta), è portabile (bitcoin si trova sulla blockchain e basta una connessione a internet per accedervi), è divisibile (il bitcoin può essere diviso fino a 8 decimali) ed è fungibile (ogni bitcoin è uguale agli altri).

Leggendo il whitepaper di Nakamoto scopriamo che bitcoin, programmato come oro digitale, è stato pensato come moneta per lo scambio nel mercato digitale perché permette un pagamento irreversibile. 

Gli e-commerce subisco enormi danni per le truffe da carta di credito. Un uso di bitcoin nei mercati digitali permetterebbe di risolvere questo problema. Un’utopia? Forse, ma il concetto rimane valido, tanto che Mark Zuckerberg vuole (o ha voluto) farne uso emettendo una moneta basata sulla tecnologia blockchain: Libra

L’idea non è piaciuta alle banche centrali, che da una parte stanno facendo di tutto per bloccare il progetto, mentre dall’altra hanno accelerato i loro programmi di adozione della Central Bank Digital Currency, ovvero la crypto di stato, conosciute con l’acronimo CBDC. 

Le banche centrali si sono rese conto che il mondo ha necessità di una valuta digitale e che l’emissione da parte dei privati di una tale moneta avrebbe messo a rischio il loro monopolio sull’emissione della valuta. 

È dunque molto probabile che nei prossimi anni vedremo le stesse banche centrali emettere moneta usando la tecnologia blockchain. Ma l’uso delle CBDC non mette al riparo dalla – potenziale e per ora solo teorica – inflazione, che Nakamoto ha voluto combattere con l’invenzione di bitcoin.

Fino al 24 febbraio 2020, il valore di bitcoin aveva sempre seguito uno schema che rendeva il suo valore prevedibile, nonostante l’alta volatilità, con il suo valore che si sarebbe decuplicato ad ogni halving. 

Questo fino ad oggi. Il Coronavirus è riuscito a fare quello che in 10 anni di storia di bitcoin non era mai successo: rompere un track record di 10 anni, lasciando una grande incertezza per il futuro. Fino ad allora si vantava lo scollegamento tra mercati finanziari e bitcoin. Oggi abbiamo visto che i vari prodotti finanziari legati al bitcoin hanno contaminato la criptomoneta che sembra non adempiere più al suo ruolo iniziale.

È la fine di bitcoin?

In realtà la teoria economica legata al bitcoin non è nuova. Nel 1976 il premio Nobel per l’economia Friedrich Hayek pubblicava il saggio “The Denationalization of Money” in cui egli proponeva l’abolizione del monopolio statale dell’emissione della moneta. Secondo questa teoria, le banche centrali corrono il rischio di diventare un mezzo usato dai politici per i loro fini. 

Troppo allettante per questi ultimi usare le politiche monetarie per raggiungere scopi a breve termine e garantire in questo caso la loro rielezione. Questi scopi a breve termine sono il benessere economico, che può essere raggiunto facilmente con stimoli della banca centrale (ovvero l’emissione di valuta) ma che portano sempre a nefaste conseguenze sul lungo termine. Onde ovviare a questo rischio Hayek suggerisce appunto l’abolizione del monopolio statale dell’emissione della moneta.

Già prima dell’avvento del Coronavirus si potevano trovare un notevole numero di esempi di questa teoria. Da Erdogan a Fernandez fino Trump, è in aumento il numero di presidenti che hanno usato le banche centrali a loro favore o criticato fortemente il loro operato perché valutato troppo restrittivo. Non stupisce pertanto che sempre un maggiore numero di paesi hanno problemi di inflazione, tra cui possiamo citare appunto l’Argentina e la Turchia, ma pure l’Iran, un elevato numero di Paese africani o il caso estremo venezuelano.

In questa situazione ecco arrivare il Coronavirus. L’economia trema, le banche centrali, che avevano già ridotto il tasso di interessi al minimo, non possono più intervenire, così che gli Stati nel mondo si vedono costretti a stanziare miliardi per salvare le imprese in crisi. 

Questi soldi non andranno più, come successo in passato con il Quantitative Easing, in programmi di acquisto di azioni, bensì direttamente nell’economia, così come tutti i soldi generati dalla vendita di titoli sui mercati. Sarà questo l’elemento che porterà all’inflazione tanto temuta da Satoshi Nakamoto? E bitcoin sarà in grado di contrastarla o ha ormai perso questa sua qualità? I prossimi mesi ci daranno questa risposta.

Lars Schlichting
Lars Schlichting

Lars è il Group CEO del Poseidon Group e partner dello studio legale Kellerhals Carrard. Precedentemente Lars ha lavorato come partner per una big four. Ha una grande conoscenza e esperienza nell'identificare i rischi legali e reputazionali nel settore finanziario.

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