Digital Renaissance, Giovanni Motta incontra Giuseppe Veneziano
Digital Renaissance, Giovanni Motta incontra Giuseppe Veneziano
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Digital Renaissance, Giovanni Motta incontra Giuseppe Veneziano

By Ivan Quaroni - 9 Nov 2021

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“Digital Renaissance” (Rinascimento Digitale) è il titolo del progetto sinergico degli artisti italiani Giovanni Motta e Giuseppe Veneziano, basato sulla creazione di due differenti NFT in cui il dialogo tra due diversi linguaggi pop trova un punto di convergenza nel DNA condiviso dell’arte rinascimentale attraverso la reinterpretazione delle opere di Raffaello. 

In un momento di espansione e crescita delle potenzialità espressive dell’arte nel campo digitale della Crypto Art, sembra naturale l’allusione a uno dei momenti più brillanti della storia dell’arte universale, il Rinascimento.  

Digital Renaissance è composto da due animazioni video: Mystic Lollipop di Giovanni Motta e Madonna of the Sacred Heart di Giuseppe Veneziano. Esse rappresentano il risultato di un incontro creativo che marca il consolidamento di uno degli artisti più interessanti della scena Crypto e il debutto del più popolare artista pop italiano contemporaneo nel mondo NFT.

Digital Renaissance è dunque una dichiarazione d’intenti, un manifesto in due atti che promuove un’idea di rinascita basata sull’unione tra presente e passato in nome di un futuro culturalmente sostenibile, dove l’insegnamento dei vecchi maestri convive con le potenzialità espressive dell’era digitale.

Digital Renaissance, un saggio critico

di Ivan Quaroni, critico d’arte e curatore

“Voilà ce Cœur qui a tant aimé les hommes”

Esistono diversi modelli espressivi all’interno dei linguaggi pop, diversi modi di cogliere lo spirito vitale della cultura di massa e trasferirlo nel secolare dominio operativo dell’arte. L’esplosione planetaria della crypto arte ha mostrato come l’ispirazione di questa cultura pop, derivante dal web, dalle serie televisive, dal cinema, dal fumetto e dalla grafica, stia occupando l’immaginario artistico delle nuove generazioni grazie alla pervasiva diffusione degli strumenti della creatività digitale.

Giovanni Motta e Giuseppe Veneziano, provenienti dalla pittura analogica e dal concetto dell’opera d’arte fatta a mano, hanno perfettamente compreso il significato di questo Rinascimento digitale. Il loro sforzo è stato quello di tradurre l’enorme lavoro fatto nello sviluppo di un linguaggio personale, di uno stile unico e riconoscibile, nello spazio dell’infosfera. Per un artista pop, abituato a produrre opere comprensibili al maggior numero di persone possibile, entrare nei territori virtuali del Metaverso è un’evoluzione naturale, se non addirittura necessaria. Insomma, un modo per rendere il proprio messaggio ancora più universale.

Nella pluralità dei linguaggi pop, Veneziano e Motta occupano due posizioni distinte, per certi versi antitetiche. Il primo, formatosi come architetto, proviene dall’esperienza del fumetto satirico, bilanciandola con l’amore per i maestri antichi e la pittura contemporanea, il secondo arriva all’arte da esperienze nel campo della comunicazione e recuperando l’immaginario dei fumetti e dei cartoni animati della sua gioventù. Entrambi, anche se con una prospettiva diversa, hanno costruito un vocabolario visivo in cui la connessione con il mondo dell’infanzia è ossessivamente presente, attraverso riferimenti a personaggi dei cartoni animati o a simboli di merci e prodotti della società capitalista.

Sia nelle opere di Giovanni Motta che in quelle di Giuseppe Veneziano è possibile percepire la ricerca di uno sguardo innocente, di un modo di guardare la realtà senza pregiudizi, con quella purezza di spirito che permette loro di esplorare il presente senza cadere nella trappola di facili moralismi o comode appartenenze filosofiche, ideologiche o spirituali. Si potrebbe dire che la dimensione in cui si muovono tematicamente questi artisti è, per usare un’espressione nietzschiana, al di là del bene e del male, cioè oltre i confini dell’etica comune. Tuttavia, con una differenza metodologica fondamentale: Veneziano dirige il suo sguardo innocente sul tessuto della vita sociale, mescolando l’attualità con la storia dell’arte, la politica con lo stile di vita, l’erotismo con la religione, la finzione con la realtà, producendo immagini spiazzanti che spesso suscitano reazioni contrastanti; Giovanni Motta personifica l’innocenza utilizzando un simbolo, il piccolo Jonny Boy, attraverso il quale scandaglia le profondità della psiche e dell’anima umana per recuperare l’energia primordiale e incontaminata dell’io bambino nel coacervo dei ricordi infantili.

L’approccio di Motta è introiettivo, alchemico, trasformativo, mentre quello di Veneziano è proiettivo, critico, dubitativo. Per spiegare questa affascinante specularità, potremmo dire che il primo cerca di capire il mondo attraverso se stesso, il secondo cerca di capire se stesso attraverso il mondo.

Da un punto di vista stilistico, le differenze sono ancora più sostanziali. Le figure di Veneziano si stagliano sulla superficie, creando volumi con la combinazione di colori piatti, come se fosse un’immagine vettoriale, ma utilizzando il vecchio metodo della griglia. Molte delle sue opere sono disegnate digitalmente in modo piuttosto artigianale, secondo una metodologia simile al collage dadaista, ma il risultato finale è sempre un’immagine estremamente pulita, perfettamente leggibile, allegra, che aderisce in modo del tutto originale alla proverbiale piattezza della pop art. I colori adottati dall’artista sono un elemento essenziale di questa grammatica e derivano, per sua ammissione, dai colori della sua terra natale, la Sicilia.

C’è sempre un progetto digitale molto dettagliato dietro le opere di Motta. Anzi, si potrebbe dire che la sua arte è sempre stata metodologicamente influenzata dagli strumenti digitali. Il suo modo di costruire le figure è tridimensionale, emanazione di un pensiero volumetrico. Non solo la figura di Jonny boy ma anche gli oggetti, gli ambienti e i paesaggi rivelano questa spiccata sensibilità spaziale. La dimensione solida di ogni figura nelle sue opere evoca volutamente la compattezza plastica di certi giocattoli. Idealmente, questo è il suo modo di dare una consistenza tattile alle immagini e soprattutto alle sensazioni che emergono da lontani ricordi d’infanzia, recuperati attraverso la pratica della meditazione regressiva.

Il luogo in cui i diversi mondi di Veneziano e Motta si scontrano è la storia dell’arte. In particolare, Raffaello è l’artista su cui questi due artisti italiani hanno deciso di incontrarsi e confrontarsi. La modalità di questa collaborazione è quella di un dialogo nell’ambito di un patrimonio artistico condiviso, quello rappresentato qui da uno dei protagonisti del Rinascimento, come anche di un crossover tematico. Il punto di partenza è proprio la scelta di un’opera del maestro urbinate, come modello da interpretare e rileggere da ciascun artista con il proprio linguaggio, in cui ognuno integra un elemento del vocabolario pittorico dell’altro. Un’operazione di mash-up tutt’altro che semplice, poiché non consiste nella semplice produzione di un’opera a quattro mani, ma nella creazione di due lavori distinti, che devono riflettere le reciproche specificità e differenze autoriali.

Curiosamente, entrambi hanno scelto come punto d’incontro il soggetto della Vergine col Bambino, un motivo tradizionale dell’iconografia cristiana che raffigura i simboli della premonizione mariana del Mistero della Passione e Resurrezione di Gesù.

Giovanni Motta
Giovanni Motta

Mystic Lollipop

La scelta di Giovanni Motta cade sulla Madonna Aldobrandini (o Madonna Garvagh), un piccolo olio su tavola del 1510 parte della collezione della National Gallery di Londra, che mostra Maria seduta su una panca di pietra con Gesù Bambino in braccio nell’atto di ricevere in dono da San Giovanni bambino, suo ideale predecessore, un garofano rosso che simboleggia il sangue della Passione e il matrimonio mistico tra Cristo e la sua Chiesa. Sullo sfondo di questa delicata composizione, il cui punto focale è costituito dalle mani tese del Nazareno e di Giovanni Battista, la vista del paesaggio rurale intorno a Roma è incorniciata da una doppia finestra, un riferimento alla precedente Madonna del Garofano di Leonardo (1473, Alte Pinakothek, München).

Motta rivoluziona interamente la struttura piramidale del dipinto costruendo una composizione plastica monumentale. Nella trasmutazione volumetrica del soggetto raffaellesco, l’artista ci mostra di fatto una Madonna non più seduta sulla panca ma seduta a sostenere il peso di due nuovi personaggi: uno, nella posizione di Gesù, è Jonny Boy, la personificazione del bambino interiore costantemente presente nelle opere dell’artista veronese come simbolo delle potenzialità interiori di ogni individuo; l’altro, al posto di S. Giovanni, è un Hitler neonato, il cui nome è stato scelto da Motta. John, è un Hitler bambino, emblema del male qui raffigurato in un’ipotetica età dell’innocenza, proprio come in uno dei quadri più famosi e iconici di Giuseppe Veneziano, La Madonna del Terzo Reich, che nel 2010 ha attirato l’attenzione dei media e diviso l’opinione pubblica italiana.

Nella versione di Motta, la Madonna indossa un abito identico per colore e fattura a quello del dipinto raffaellesco del 1510, ma la resa ottica palesemente artificiale ricorda la consistenza tattile di un giocattolo. Lo stesso vale per l’anatomia della Vergine e le figure di Jonny Boy e Baby Hitler, che diventano così emanazioni plastiche dell’immaginazione dell’artista, intento a ricostruire la dimensione simbolica ed emotiva dell’infanzia.

Nel fulcro ottico di Mystic Lollipop, il garofano del dipinto originale della National Gallery è sostituito da un lecca-lecca Chupa Chups, un feticcio consumistico che l’artista trasforma in un oggetto transazionale che evoca la sfera affettiva ed emotiva della prima infanzia. Il gesto di Jonny Boy può essere interpretato come un atto allegorico di donazione di capacità emotive ed empatiche per ammorbidire la prematura spigolosità della disposizione del bambino Adolf Hitler. Oppure, a posteriori, può essere letto come un atto retroattivo di misericordia verso il futuro dittatore. In ogni caso, Motta rappresenta qui la possibilità di una trasformazione alchemica dell’individuo che non può manifestarsi nella dimensione rettilinea e progressiva della storia, ma solo nel dominio atemporale della spiritualità. Trasportare la scena dallo sfondo originale, un tipico paesaggio rinascimentale, a un cielo azzurro e sereno, appena disturbato dal lento passaggio delle nuvole e tagliato dal volo di alcuni uccelli, suggerisce l’idea di uno spazio indefinito, di un empireo che sottolinea l’atmosfera sacra della scena e la natura quasi ieratica dei personaggi. Oltre al cielo in movimento, l’unica altra parte in movimento di Mystic Lollipop è la progressiva luminescenza dell’aureola della Vergine, un dettaglio palesemente pop che allude all’estetica al neon degli anni Ottanta così come al ciarpame kitsch dei souvenir religiosi prodotti in serie.

Madonna of the Sacred Heart (Madonna del Sacro Cuore)

Giuseppe Veneziano si ispira alla Madonna di Northbrook, dipinta intorno al 1507 e attualmente nella collezione permanente del Worcester Art Museum nel Massachusetts. L’opera deve il suo nome alla collezione dei conti di Northbrook a Londra, dove è stata conservata fino agli anni ’70. Si tratta di un’opera del periodo fiorentino di Raffaello, che rappresenta la Madonna seduta con Gesù bambino in braccio davanti a una ringhiera, oltre la quale si estende il piacevole paesaggio collinare dell’Umbria.

Oltre alla piattezza, ovvero la sintesi grafica che semplifica la tridimensionalità attraverso l’accostamento di diverse tonalità di colore, un altro elemento tipico dell’arte di Veneziano è l’appropriazione iconografica di fonti del passato (soprattutto opere del Rinascimento italiano), in cui l’artista sostituisce le figure originali con personaggi storici, celebrità contemporanee o personaggi della realtà fittizia del cinema, dei fumetti e dei cartoni animati. Anche in Madonna of the Sacred Heart, Jonny Boy prende il posto di Gesù Bambino, la cui posizione eretta si trasforma in un gesto ricorrente nelle sculture di Giovanni Motta. Infatti, oltre ai suoi vecchi Mostri, anche alcune sculture di Jonny Boy sono raffigurate nell’atto di donare letteralmente il proprio cuore, organo vitale che rappresenta metaforicamente i sentimenti e l’interiorità dell’individuo. Giuseppe Veneziano stravolge il simbolismo tradizionale del Sacro Cuore, privandolo dei suoi attributi iconografici: le fiamme, la corona di spine, la croce e i raggi di luce che rimandano al tema della Passione di Cristo. Tuttavia, l’artista siciliano non rinuncia al tema del sacrificio, evocato qui dalla semplice nudità del muscolo cardiaco, di cui possiamo persino sentire il battito pulsante come un delicato loop sonoro.

Nel doloroso stupore che accompagna il gesto di offerta di Jonny Boy, sentiamo inevitabilmente l’eco delle parole della liturgia eucaristica: “‘Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi”. Eppure, l’intensità drammatica del gesto di immolazione sacrificale di Jonny Boy, che costituisce il fulcro dell’immagine, è controbilanciata dall’espressione stagnante della Vergine, quasi al limite dell’indifferenza, e dalla rassicurante ambientazione paesaggistica dello sfondo, un sublime sforzo di sintesi grafica.

Qui, come in altre sue opere, Veneziano riesce a trovare un perfetto equilibrio espressivo, che gli permette di riattualizzare il miracolo della pittura antica, vivificandolo con una grammatica adatta ai tempi attuali.

Mystic Lollipop e Madonna of the Sacred Heart sono la prova di come l’arte digitale contemporanea, pur con nuove procedure e modalità operative, nuovi media, canali di distribuzione e nuove forme di fruizione, possa riprendere i fili di un secolare dialogo, mai interrotto, con l’insegnamento degli antichi maestri. Un insegnamento che è l’unica garanzia di continuità nel processo evolutivo dell’arte, costantemente in bilico tra passato e presente, avanguardia e tradizione, conservazione e rivoluzione, rottura e continuità. Solo così si può produrre quella complessa miscela di movimenti retrogradi e anteguerra che chiamiamo futuro.

Ivan Quaroni

Laureato con lode in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano. Critico, curatore e giornalista, ha scritto per le riviste Flash Art, Arte e Arte in. Ha curato numerose mostre in spazi pubblici e gallerie private e ha pubblicato i libri Laboratorio Italia. Nuove tendenze in pittura (2008, Johan & Levi), Italian Newbrow (2010, Giancarlo Politi) e Beautiful Dreamers. Il nuovo sogno americano tra Lowbrow Art e Pop Surrealism (2017, Falsopiano). Insegna Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di Belle Arti Aldo Galli di Como e Fenomenologia delle arti contemporanee allo IED - Istituto Europeo di Design di Milano.

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