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Crypto staking: Coinbase si ribella alla SEC

La SEC qualche giorno fa è riuscita a convincere Kraken a chiudere il suo servizio di staking crypto agli utenti statunitensi, ed ora ci sta provando con Coinbase. 

Anzi, proprio Coinbase un paio di giorni prima aveva svelato che la SEC si stava muovendo per cercare di vietare l’offerta agli investitori retail del servizio di staking negli USA. 

Ma mentre Kraken si è piegata, accettando di chiudere il servizio negli USA e pagare una multa da 30 milioni di dollari, Coinbase sembra non voglia piegarsi. 

La posizione di Coinbase contro quella della SEC

La SEC, ovvero l’agenzia governativa statunitense che vigila sui mercati delle security, sostiene che l’offerta del servizio di staking crypto equivale ad un contratto di investimento, ovvero una security, e per questo deve essere approvata dalla medesima agenzia. 

Coinbase invece sostiene che lo staking crypto non è una security. 

In un post pubblicato qualche giorno fa sul blog ufficiale del sito dell’exchange, il Chief Legal Officer di Coinbase, Paul Grewal, ha scritto che lo staking crypto non è una security nè ai sensi dello US Securities Act, né dell’Howey Test. 

Tuttavia specifica anche che sul mercato ci sono molti prodotti finanziari chiamati “staking” che in realtà funzionano in modo molto diverso dal vero e proprio staking crypto. 

Grewal sostiene che Coinbase offre solo il vero servizio di staking crypto, che non è una security. Implicitamente invece sostiene che i servizi chiamati “staking” ed offerti dalla concorrenza lo possano essere. 

Il vero staking crypto

Il termine “staking” in ambito crypto deriva dalla cosiddetta Proof-of-Stake, ovvero un sistema alternativo alla Proof-of-Work per convalidare i blocchi della blockchain, e quindi le transazioni. 

La prima criptovaluta mai creata, Bitcoin, è sempre stata basata su Proof-of-Work, che tuttavia risulta essere molto energivoro. Per ridurre i consumi energetici ed i tempi di convalida dei blocchi, molti anni fa fu inventata la Proof-of-Stake (PoS). 

PoS prevede che sui nodi validatori vengano immobilizzati dei token. In questo modo il nodo può convalidare i blocchi, ricevendo in cambio le fee pagate dagli utenti che hanno effettuato le transazioni. 

Questo viene chiamato staking, ed è un’attività fondamentale per le criptovalute basate su PoS, senza il quale semplicemente non potrebbero essere scambiate. 

Visto che chiunque può installare un nodo validatore e mettere in staking i propri token, appare totalmente scorretto definire lo staking come un “contratto di investimento”, dato che non ci sono due parti che si accordano, ma solo una che installa il nodo e ci mette in staking i propri token. 

Il servizio di crypto staking degli exchange: Coinbase, Kraken e Binance sul podio 

Il problema nasce quando si vogliono mettere in staking i propri token su nodi altrui. 

Alcune criptovalute lo consentono nativamente, ovvero senza il necessario intervento di un intermediario, ma ad esempio Ethereum no. In altre parole per poter mettere i propri ETH su un nodo altrui è necessario rivolgersi ad un intermediario, che in genere è lo stesso possessore del nodo. 

I maggiori intermediari al mondo che offrono il servizio di staking di ETH sono Coinbase, Kraken e Binance, ovvero tre exchange, anche se la maggiore pool al mondo da questo punto di vista è Lido DAO. Essendo una DAO, Lido non è una società finanziaria che offre un prodotto di investimento, quindi anche in questo caso non c’è un vero e proprio contratto. 

Il problema, invece, sono i servizi di staking offerti da società come quelle degli exchange, perché assomigliano moltissimo a dei veri e propri contratti di investimento che promettono guadagni. 

Il problema di Coinbase e il servizio relativo al crypto staking

Coinbase sostiene che il servizio che mette a disposizione dei suoi utenti è proprio il vero staking crypto descritto sopra, mentre ipotizza che quello offerto dalla concorrenza non lo sia. 

Ovvero in altri termini sostiene che il suo servizio non sia un contratto di investimento, mentre ammette che quello offerto da altri potrebbe esserlo.

Il punto chiave sembra essere la proprietà dei token messi in staking. 

Grewal afferma infatti che quando un cliente mette in staking su Coinbase parte della sue criptovalute, non rinuncia a una cosa per ottenere qualcos’altro: possiede esattamente la stessa cosa che possedeva prima, perchè mantiene la piena proprietà dei suoi beni in ogni momento. 

In altri termini è come se affermasse che Coinbase non funge da intermediario, e quindi non può esserci un contratto di investimento. 

A questo punto però qualche dubbio in merito a questa affermazione viene, perchè se è vero che Coinbase Wallet è un wallet non custodial, in cui quindi gli utenti mantengono la proprietà esclusiva dei loro token, questo non può valere ad esempio per gli ETH messi in staking su Coinbase Earn. 

È quindi possibile che se Coinbase continuerà a sostenere questa posizione la SEC potrebbe portare la questione in tribunale, onde far decidere ad un giudice chi ha ragione. 

Grewal afferma anche che i servizi di staking non soddisferebbero l’elemento di “ragionevole aspettativa di profitti” dell’Howey Test. Anche su questa affermazione è lecito avere dei dubbi. 

L’ipotesi pertanto è che, se la SEC deciderà di andare fino in fondo con Coinbase, la vicenda possa davvero finire in tribunale. 

Coinbase è una società quotata in Borsa, ed il prezzo delle sue azioni nell’ultima settimana ha perso il 17%. 

Oggi a questa perdita in pre-market ci sta aggiungendo un altro -2%, probabilmente perché i mercati non sono così fiduciosi sul fatto che alla fine questo braccio di ferro con la SEC possa concludersi con una vittoria. 

Da notare comunque che il valore attuale delle azioni Coinbase è dell’81% superiore ai minimi dell’anno scorso. 

Marco Cavicchioli
Marco Cavicchioli
"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".
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