Read this article in the English version here.

Parte da oggi la seconda rivoluzione monetaria del Venezuela negli ultimi 10 anni. L’attuale valuta nazionale, il bolivar, sarà sostituito dal cosiddetto “bolivar sovrano”, a sua volta collegato alla criptovaluta Petro.

A ben vedere, è la prima volta nella storia mondiale che si tenta un esperimento del genere. Del resto, complici le politiche folli risalenti già a Chavez, il Venezuela ha registrato un’inflazione del 1000% nel corso del 2017 e, secondo quanto sostiene il FMI, si avvia alla cifra del milione per cento di carovita nel corso del 2018.

Un dramma che ricorda la Germania di Weimar negli anni ‘30, quando per comprare un uovo occorrevano milioni di marchi.

Per risolvere il problema, o meglio per provarci, il Presidente Maduro ha così deciso un nuovo tasso di cambio fisso, collegato con il Petro, la moneta virtuale nazionale annunciata nel dicembre 2017 e lanciata la scorsa primavera.

Il Petro, a sua volta, è collegato al prezzo del petrolio, che dovrebbe garantire il backing in caso di rimborso, con una garanzia legata agli enormi depositi di idrocarburi del Paese. L’obiettivo, naturalmente, è cercare di garantire un valore più stabile alla nuova valuta.

Il nuovo tasso di cambio prevede che al bolivar sovrano vengano tolti 5 zeri rispetto al bolivar di corso legale fino a ieri.

Le cause dell’iperinflazione sono molteplici, essenzialmente legate alla deindustrializzazione del paese nel corso degli anni novanta, quando è diventato completamente dipendente dall’export di petrolio, a sua volta fragile e in balia dei prezzi dell’oro nero.

Mettendo insieme le politiche economiche folli condotte dai governi di Chavez e, attualmente, di Maduro con l’ostilità degli Stati Uniti, grandi clienti e fornitori di Caracas, si arriva al mix economico esplosivo per un paese che in realtà avrebbe grandi risorse.

Al di là delle cause un’inflazione a sei cifre, ciò che è cambiata è la vita quotidiana dei cittadini, che si trovano in difficoltà anche per pagare un caffè. La super inflazione rende anche impossibile qualsiasi attività di carattere economico.

Il Venezuela, suo malgrado, è diventato un polo del mining di criptovalute, spesso l’unico modo per i cittadini per procurarsi valuta forte.

Con il nuovo peg del Bolivar al Petro assistiamo a un caso unico, se vogliamo opposto, a quello delle stable coin, cioè le criptovalute espressione di valuta fiat.

Nel caso del Venezuela abbiamo una valuta ordinaria che diventa l’espressione di una criptovaluta. Del resto, non poteva essere diversamente, visto che l’obiettivo è quello di frenare l’inflazione.

Il fatto che il Petro sia legato al petrolio fornisce un’ancora al Bolivar, ma tutto viene a dipendere da tre fattori: dalla reale presenza del backing del Petro, dalla possibilità di sfruttamento reale di questo backing e dal rispetto delle proporzioni fra quantità di Petro emesso e massa monetaria in Bolivar di futura emissione.

Se uno di questi tre fattori verrà a mancare quest’ultima mossa sarà solo l’ennesimo gioco di prestigio di un governo in difficoltà.