Ieri, su BeppeGrillo.it, è stato pubblicato un articolo intitolato “La Blockchain spiegata a mia nonna“. L’articolo non risulta firmato da Beppe Grillo in persona, ma dal “nipote di Nonna Block”.

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Ad un certo punto l’articolo spiega: “utilizzando la tecnologia dei blocchi […] non ci sarebbe truffa”. Affermazione piuttosto errata e per certi versi anche pericolosa.

L’esempio portato è quello di un acquisto di una casa online. L’autore si domanda:

“Comprereste una casa su Internet? Probabilmente no. Ma perché? Se ci pensate non la comprereste proprio perché non vi fidate. Terribili pensieri vi assalirebbero. É rubata? É una truffa? Chi mi tutela?”

Queste domande sono tutte legittime e le risposte corrette. Tuttavia poco più in basso, a proposito di blockchain, l’autore continua il ragionamento scrivendo:

“Siamo su un sito web che vende case, ne vediamo una che ci piace e incredibilmente potremmo comprarla senza problemi. Perché? Perché utilizzando la tecnologia dei blocchi, ogni documento della casa sarebbe registrato sui blocchi, ma non solo, anche il notaio che ha firmato un documento, carte del catasto, produttore, costruttore, materiali usati e tutto il resto, magari anche con tutti i documenti scannerizzati. Non ci sarebbe truffa”.

Questo ragionamento contiene un errore dovuto ad un comune equivoco: blockchain non serve per impedire la registrazione di dati falsi, ma solo per certificarne l’esistenza e la data (o, al massimo, il mittente).

Non c’è e non può esserci alcun controllo o alcuna verifica sulla veridicità dei dati che vengono registrati su blockchain. Al massimo si può essere certi che, qualora la blockchain utilizzata fosse effettivamente pubblica, trustless e permissionless – come quella di Bitcoin – quel dato una volta inserito non possa essere modificato, manipolato o rimosso.

La blockchain serve pertanto per certificare l’esistenza di un dato, anche davanti alla legge, con una precisa data, un preciso mittente (che però può essere anche anonimo), ma questo non significa che il dato sia vero: nessuno infatti può impedire di registrare dati falsi su una blockchain.

Quindi, nel caso citato su BeppeGrillo.it, anche qualora i documenti della casa, del notaio che ha firmato, del catasto, del produttore, del costruttore e tutto il resto siano registrati su una blockchain, non c’è alcuna certezza che siano corretti.

Chiunque inserisce un dato in blockchain ha la libertà di registrare ciò che vuole. Pertanto, anche registrando i documenti scannerizzati, non c’è alcuna certezza che siano stati scannerizzati quelli giusti e non delle copie contraffatte.

Certo, essendo il dato registrato in blockchain perenne, immutabile, pubblico e con valore legale (qualora si utilizzino blockchain pubbliche e trustless), chi registra un dato su blockchain si prende la piena responsabilità di aver registrato proprio quel dato: se si rivelasse essere falso non potrà negare di averlo registrato.

Tuttavia, tali registrazioni sono anonime, quindi se non si riuscirebbe facilmente a trovare l’autore della registrazione.

Il restante ragionamento dell’articolo sul blog di Beppe Grillo in merito al fatto che si possano rimuovere gli intermediari è corretto, solo che la blockchain non è sufficiente ad impedire le truffe.

Un’ultima precisazione: con le blockchain pubbliche come Bitcoin o Ethereum non si registrano direttamente i dati sulla blockchain, ma degli hash crittografici che ne attestano l’esistenza.

In teoria sarebbe anche possibile immaginare, come dice l’articolo, di registrarci “video, file o tracce audio”, ma tecnicamente sarebbe svantaggioso.

Ciò non toglie, però, che gli hash crittografici che vengono registrati in blockchain siano dei perfetti rappresentanti dei dati che si vogliono certificare.