Molti sono i progetti blockchain che ogni giorno sono soggetti a fallimenti, cerchiamo di capirne le ragioni.

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Quando più soggetti hanno relazioni di business vanno incontro alle seguenti inefficienze:

  • Informative: i partecipanti a una transazione non hanno accesso alle stesse informazioni, le informazioni richieste non sono facilmente accessibili e i rischi per la sicurezza e la privacy continuano a crescere, ad esempio, per la pirateria informatica.
  • Interazione: gli intermediari si sono resi necessari per contribuire a far fronte alle crescenti dimensioni e complessità, le transazioni richiedono più tempo e costi e una mancanza di mercati sicuri in molte economie in tutto il mondo.
  • Burocratiche: includono l’inerzia dei processi istituzionali, regolamenti incerti e restrittivi che soffocano innovazione e il cambiamento.

Il mondo dei pionieri sta provando a usare la blockchain, ma ha bisogno di passare dai Proof of Concept (PoC) alle applicazioni reali.

Se lo aspettano, per diverse ragioni, un po’ tutti. Se lo aspetta chi ha investito nelle ICO, se lo aspettano i team che portano avanti progetti seri, se lo aspettano appassionati e studiosi, ansiosi di provare a dimostrare che questa tecnologia, che non cambierà il mondo, ma almeno ha un potenziale rivoluzionario.

Però, se andiamo un passo oltre le applicazioni di supporto ai servizi di pagamento, cosa troviamo negli explorer delle piattaforme? Pochi utenti e pochissime transazioni, la cui natura è spesso speculativa e controproducente alla causa.

Ma cosa ci serve per compiere questo passaggio? Le idee? No, quelle non mancano. Modelli di business? Forse, di sicuro non quelli che partono a digitalizzare l’esistente, ma che rendano sostenibile la tokenizzazione dei beni che al momento sono illiquidi e che hanno come missione la disintermediazione delle piattaforme monopolistiche.

Scalabilità della tecnologia? Certo, anche se un po’ possiamo fidarci della legge di Moore e di un numero crescente di sviluppatori.

Qui di seguito alcuni problemi che impediscono il passaggio in produzione e quindi causano il fallimento di molti progetti blockchain:

  1. Il modo in cui gli stakeholder potrebbero influenzare la governance, ossia gestire le modifiche al software e all’infrastruttura operativa per blockchain.
  2. La gestione del token in funzione della sua natura. Esempio, se si usa un security token, chi ‘mette i gettoni’ nella blockchain dovrebbe avere ‘deleghe straordinarie’ per poterle maneggiare.
  3. Le imprese dovrebbero essere consapevoli dei tipici rischi e dei limiti delle tecnologie blockchain e prestare particolare attenzione per garantire il cliente, e il cliente del cliente (probabilmente la casalinga di Voghera), da possibili incidenti derivanti da un problema di piattaforma.
  4. L’immutabilità è un requisito, ma può causare problemi se la blockchain contiene contenuti illegali, o se una corte ordina che il contenuto venga rimosso dalla blockchain.
  5. Le blockchain hanno un modello di costo diverso rispetto alle tecnologie convenzionali. Per esempio, il trasferimento di valuta digitale può essere più economica del tradizionale trasferimento in valuta fiat. Inoltre, hanno una tariffa una tantum per la memorizzazione permanente delle transazioni. Tuttavia, le blockchain hanno costi molto più elevati per l’esecuzione di programmi (contratti intelligenti) rispetto a un’infrastruttura convenzionale (cloud o on-premise).
  6. Dal punto di vista tecnico, le blockchain spesso interagiscono con altri quali interfacce utente, gestione delle chiavi crittografiche, integrazione di IoT, e le comunicazioni con altri sistemi fanno emergere problemi di interoperabilità da gestire: molti database sono conservati off-chain, per motivi di velocità comparata con la blockchain, di scalabilità (big data), e motivi di riservatezza (dati privati).

Che fare per evitare questo tipo di fallimenti?

Non bastano gli standard tecnici, la cui natura sta cambiando data la velocità di introduzione delle tecnologie.

Servono principi di alto livello coerenti con una logica fortemente decentralizzata.

I regolatori e i progetti blockchain dovrebbero essere tecnologicamente neutrali nel definire i criteri per l’accettazione di un sistema nel loro dominio. In altri termini, non ci dovrebbe essere alcuna regolamentazione o proibizione per un tipo di blockchain o altra.

E serve una sorta di “sandbox” giuridica, che consenta a tutti gli stakeholder di iniziare un business.

Questo concetto di richiedere un intervento esterno crea una biforcazione permanente tra: chi ritiene – a ragione- tale ingerenza contraria allo spirito del mondo crypto e chi pensa – a ragione – che tale richiesta di un quadro stabile sia necessario per lavorare.

Si può, e si deve, lavorare in parallelo, per favorire entrambe le parti.

La blockchain non cambierà il mondo. È il lavoro contemporaneo di chi vede nel lungo periodo che, insieme a chi sperimenta nel breve, lo cambierà.

In sintesi, se i vari soggetti hanno lo stesso problema di business, si accordano su regole definite e fatte rispettare in un quadro regolamentatorio stabile oppure su nessuna regola (è sempre un tema di governance) e riescono a trovare le competenze aggiornate allo stato dell’arte avranno meno possibilità di spendere soldi e tempo per vedere fallire il loro progetto blockchain.