Intervista a Pasquale Sorgentone, autore di “Il futuro del Valore”
Intervista a Pasquale Sorgentone, autore di “Il futuro del Valore”
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Intervista a Pasquale Sorgentone, autore di “Il futuro del Valore”

By Amelia Tomasicchio - 13 Lug 2020

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La redazione di The Cryptonomist ha avuto l’occasione di intervistare Pasquale Sorgentone, imprenditore (fondatore delle società Business Changers e Future’s Value) e ricercatore in campo Blockchain e Finanza Decentralizzata, temi sui quali ha scritto il libro “Il Futuro del Valore”, che ha avuto ottimi riscontri in termini di vendite e recensioni.

Si tratta di un’intervista piena di spunti interessanti ed innovativi, che riportiamo con piacere per i nostri lettori.

Come nasce l’idea del libro? 

Vi sono già diversi libri che parlano della Blockchain da un punto di vista tecnico e dei suoi possibili casi d’uso. ”Il Futuro del Valore” intende seguire un approccio diverso, di tipo multidisciplinare, che consideri tutte le sfaccettature, non solo tecniche, ma anche economiche (in termini di politiche monetarie e di finanza), organizzative/gestionali, normative e di processo. Perché, alla fine, la Blockchain, più di altre tecnologie, è una mirabile sintesi di discipline diverse.

È un libro per neofiti o per esperti?

Per entrambi. La complessità degli argomenti cresce all’avanzare della lettura. L’organizzazione dei contenuti è intesa come una sorta di viaggio, dove vi è un filo logico nella successione dei capitoli, ma, allo stesso tempo, ogni capitolo può essere letto indipendentemente dagli altri, in base agli interessi specifici del lettore. In effetti, alcuni capitoli sono piuttosto complessi per i neofiti, che ne possono saltare la lettura senza pregiudicare la comprensione complessiva del testo. Proprio questa modularità è stata molto apprezzata dai lettori.  

Nel libro lei parla anche di politiche monetarie, tema molto di moda in questo periodo storico in cui si parla di Recovery Fund, immissione di liquidità sul mercato, ecc. Qual è il suo punto di vista su questo tema?

Come si descrive nel libro e semplificando un po’ in questa intervista, tendenzialmente esistono due scuole di pensiero sulla politica monetaria: quella di Keynes (inflazionistica) e quella della cosiddetta scuola austriaca (deflazionistica). 

Le politiche monetarie dei governi sono di stampo keynesiano, mentre la maggior parte dei crypto asset segue politiche monetarie più vicine alla teoria della scuola austriaca. In questo particolare periodo storico, contrassegnato da una grave depressione economica, non si può prescindere, a mio avviso, da un approccio keynesiano di “impulso economico”, con spesa guidata dalla Pubblica Amministrazione e forte immissione di liquidità sul mercato, che nel medio termine non è indolore, ma serve sicuramente a tamponare l’emergenza nel breve. Dal mio punto di vista, le banche centrali dovrebbero immettere denaro a fondo perduto e non prestiti, ma non voglio scendere in una discussione politica.  

Quando parla del Bitcoin, afferma che a suo avviso il leggendario inventore del Bitcoin, Satoshi Nakamoto, non sia una singola persona. Perché?

La mia opinione è che in realtà non si tratti di una singola persona, ma di un gruppo di persone che si nasconde dietro uno pseudonimo. La creazione del Bitcoin ha richiesto competenze varie ed interdisciplinari (informatica, matematica, politica monetaria, finanza, statistica, teoria dei giochi, sociologia) ed è molto difficile che tutte queste competenze siano possedute da un singolo, fosse anche un novello Leonardo da Vinci. 

Tra l’altro, l’ipotesi dell’esistenza di questa figura leggendaria ha creato anche dei possibili emuli, come, ad esempio, Craig Wright e Roger Ver (artefici dei fork di Bitcoin: Bitcoin Satoshi Vision e Bitcoin Cash). E proprio la presenza di grandi ego è stato finora uno dei problemi dell’ecosistema crypto.

Ma la Blockchain è solo crypto asset?

No, è molto di più, sebbene i cryptoasset ne siano un’importante declinazione. Dal 2016 in poi, la Blockchain è stata sempre più sotto i riflettori e si sono create forti aspettative (talora forse anche eccessive) sulla tecnologia, i cui possibili ambiti di utilizzo non sempre sono chiari ai non addetti ai lavori. Ad ogni modo, si tratta comunque di una tecnologia che può supportare significativamente lo sviluppo economico globale. Uno studio effettuato da Grand View Search prevede che il mercato mondiale relativo alla Blockchain varrà 58 miliardi di dollari entro il 2025.

Quali sono secondo lei i principali ambiti di applicazione della Blockchain?

La tecnologia Blockchain ha il potenziale per trasformare nel lungo termine diversi business model e potrebbe permettere di ottenere significativi incrementi di efficienza nelle catene di approvvigionamento globali, nelle transazioni finanziarie (Trade Finance, Mutui Sindacati, Mercato dei Capitali), nella tracciatura della filiera produttiva, nell’integrazione tra enti pubblici (locali e centrali), nella gestione delle identità/proprietà, nei social network decentralizzati e così via. Probabilmente, però, i casi d’uso più innovativi e dirompenti devono essere ancora identificati. 

Molti progetti Blockchain non vanno oltre una demo e non raggiungono mai la produzione. Come mai?

Un report pubblicato nel 2017 dalla società di consulenza Deloitte ha rilevato che su un totale di 26.000 progetti Blockchain avviati nel 2016, solo l’8% è rimasto attivo dopo 3 anni. Probabilmente questo dato è anche peggiorato nel corso degli anni successivi, in quanto il numero di progetti che sopravvive è piuttosto basso, proprio in virtù delle sfide che un progetto in ambito Blockchain deve affrontare. La mia personale opinione è che sulla Blockchain vadano implementate iniziative con business model coerenti con le caratteristiche della tecnologia. Non ha molto senso cercare di traslare su Blockchain casi d’uso già esistenti e realizzati su tecnologie legacy solo per seguire l’hype.

Quali sono le sfide dei progetti Blockchain?

Man mano che la Blockchain si evolve ed emergono nuove applicazioni, vi sarà una serie di sfide da affrontare, declinate su molteplici prospettive: tecnologiche, normative e di governance. La Blockchain rappresenta un grande cambiamento rispetto alle tecnologie e metodologie tradizionali del mondo digitale. Essa ripone fiducia ed autorità in una rete decentralizzata anziché in una classica istituzione centrale. Si tratta chiaramente di un cambiamento che, di primo acchito, potrebbe disorientare. Di fatto la realizzazione di progetti Blockchain presenta come principale fattore critico di successo il governo dell’iniziativa e la rivisitazione dei processi aziendali, più che gli aspetti tecnologici veri e propri.

Da un punto di vista tecnico, quindi, non vede problematiche?

Anche relativamente agli aspetti tecnici vi sono delle sfide da affrontare, in particolare la velocità e l’efficienza con cui le reti Blockchain eseguono oggi transazioni peer-to-peer hanno un costo aggregato elevato (almeno per le Blockchain permissionless), in quanto i dati sono replicati su ogni nodo della Blockchain e gli algoritmi di consenso possono essere onerosi, specie per gli algoritmi di consenso Proof-of-Work. La scalabilità, di fatto, è il principale problema tecnico.

Lei ha citato l’algoritmo di consenso Proof-of-Work, una domanda secca: Proof-of-Work o Proof-of-Stake?

Proof-of-Work è stato il passato, il futuro non può che essere Proof-of-Stake e Sharding, perché solo così possono essere raggiunte la velocità e la scalabilità necessarie per un’adozione di massa. In particolare lo sharding permette di partizionare la Blockchain per distribuire il carico di lavoro computazionale in modo efficiente sui vari nodi della rete. In tal senso avevo grandi aspettative su Gram (il crypto asset di Telegram), il cui White Paper consideravo lo stato dell’arte della tecnologia Blockchain. Peccato che la SEC li abbia fermati, ma arrivano rumors che i fratelli Durov (i fondatori di Telegram) non si siano ancora dati per vinti.

Ha letto il documento “Sintesi della strategia nazionale” del Ministero dello Sviluppo Economico relativamente alla Blockchain?

Sì, l’ho letto e parteciperò con dei suggerimenti alla consultazione pubblica. Mi sembra un buon punto di partenza, ma dovremmo cercare di arrivare ad una maggiore concretezza ed a un più approfondito livello di dettaglio. In generale credo che l’innovazione segua più un processo bottom up (che nasce dal mondo delle start up e delle piccole/medie aziende) piuttosto che top down (calato dall’alto dai Governi e dalle grandi multinazionali).

Un esempio concreto di innovazione con la Blockchain in Italia?

Le faccio un esempio a me caro: Equonomy. Si tratta di un’iniziativa no profit portata avanti dalla società Business Changers, insieme ad altre aziende partner, per aiutare l’economia italiana a risollevarsi nel post Covid-19. La soluzione permette ai singoli individui di anticipare liquidità alle micro e piccole imprese italiane, avendo in cambio dei token da utilizzare in un secondo momento per ottenere beni/servizi dagli esercenti cui si è anticipata la liquidità. 

Tutto questo meccanismo è implementato su una Blockchain dedicata. Oltre all’anticipo di liquidità, Equonomy permette di effettuare pagamenti via App con distanziamento sociale, effettuare prenotazioni ed abilitare soluzioni di e-commerce con delivery locale e globale. In pratica Equonomy permette di colmare il gap digitale delle micro e piccole imprese, che non hanno le competenze e/o le disponibilità per entrare nel mondo digitale.

La Blockchain ha qualche sinergia in particolare con altre tecnologie emergenti?

Nel libro parlo della sinergia tra le 3 forze tecnologiche che modelleranno il mondo nel futuro, ovvero Blockchain, Intelligenza Artificiale (IA) e Internet of Things (IoT). In particolare, l’integrazione di IA e di Blockchain può condurre alla realizzazione di due concetti futuristici e dalle grandi potenzialità: lo sviluppo di Marketplace decentralizzati e di Organizzazioni Autonome Decentrate, meglio note con l’acronimo inglese DAO (Decentralized Autonomous Organizations), ovvero aziende che si auto-gestiscono. 

E con l’IoT, le macchine potrebbero condurre scambi commerciali in nome e per conto dei rispettivi proprietari umani in modo del tutto autonomo. Le macchine, grazie alla velocità di esecuzione di analisi e transazioni, potrebbero interagire tra loro e competere per i migliori prezzi attraverso un mercato di offerte e domande, oltre che definire degli accordi commerciali di lunga durata, basati su smart contract. 

Questo scenario (che può sembrare futuristico, ma non lo è) potrebbe avere un grosso impatto sul sistema finanziario globale. 

Il futuro del valore

Il libro si chiude parlando di DeFi (Decentralized Finance). Lei definisce la finanza decentralizzata l’applicazione forse più affascinante della Blockchain. 

Il mercato della Blockchain e dei crypto asset si è sviluppato in un vivace ecosistema di investitori, speculatori, trader ed utenti finali, ma la sofisticazione dei mercati finanziari tradizionali è ben lontana dall’essere raggiunta, in quanto finora sono mancate diverse componenti del mondo banking e del mondo finanziario (conti deposito, prestiti, trading, wealth management, ecc.) e, essenzialmente, è mancata la capacità di negoziare il valore nel tempo dei crypto asset (tutto il mondo dei derivati).

La DeFi ha degli obiettivi ambiziosi: prestiti quasi istantanei senza la necessità di lunghi iter approvativi, tassi di interesse superiori al mondo finanziario tradizionale, emissioni di azioni in modo snello e veloce, gestione di attività finanziarie senza intermediari e tra persone che risiedono in stati diversi e che nemmeno si conoscono. 

Qual è il rapporto della Decentralized Finance con la finanza tradizionale?

Rispetto alla finanza tradizionale, le attività della DeFi non sono gestite da un’istituzione e dai suoi dipendenti, ma da regole codificate in un programma informatico residente su Blockchain (lo smart contract), il cui codice programmatico è aperto e trasparente. I servizi di DeFi sono concepiti in modo tale da poter essere utilizzati da subito a livello globale, senza nessuna limitazione territoriale, a meno delle ovvie possibili diversità normative. I servizi sono, poi, componibili,  permettendo un’elevata flessibilità in termini di creazione di prodotti finanziari.

La DeFi soppianterà la finanza tradizionale? Le banche sono destinate a morire?

No. La finanza tradizionale e le banche ovviamente non moriranno: certo dovranno cambiare, tenendo in considerazione le aziende Fintech, le iniziative DeFi, l’ingresso di nuovi competitor (i giganti tecnologici) e, in genere, la costante evoluzione tecnologica. Dall’altro lato, la DeFi per affermarsi ha la necessità di integrarsi con il mondo finanziario e bancario tradizionale, creando tutte le sinergie possibili (lo so: qualche purista della DeFi starà storcendo il naso, ma bisogna essere realisti e concreti).

Il libro è ben scritto, elegante nello stile ma anche informale e mai pretenzioso. Abbastanza insolito per un ingegnere, esperto di innovazione tecnologica.

Si, nonostante la laurea in Ingegneria ed una carriera di oltre 20 anni nel mondo dell’innovazione tecnologica, ho una radice di liceo classico e amo da sempre scrivere. Ho in progetto di scrivere anche un romanzo, che al momento è solo nella mia testa, ma prima o poi lo realizzerò. Quello che manca è il tempo. 

Tornando al libro “Il Futuro del Valore”, quali sono i prossimi passi?

Il libro per ora è disponibile su Amazon.

Causa Covid-19, non ho fatto ancora presentazioni del libro in modo tradizionale, ma da fine luglio inizierò con le presentazioni, per ora previste su Roma, Milano, Pescara, Napoli.

Nel frattempo sto scrivendo una seconda versione che approfondisce alcune evoluzioni in ambito Finanza Decentralizzata e l’impatto del Covid-19 sui mercati tradizionali e sul mercato dei cryptosset (analisi che comunque è già presente nella versione attuale del libro, sebbene riferita al periodo aprile 2020).

In più, sto completando la versione in lingua inglese che sarà pubblicata il 21 settembre 2020.

Amelia Tomasicchio
Amelia Tomasicchio

Esperta di digital marketing, Amelia inizia a lavorare nel settore fintech nel 2014 dopo aver scritto la sua tesi di laurea sulla tecnologia Bitcoin. Precedentemente è stata un'autrice di Cointelegraph e CMO di Eidoo. Oggi è co-founder e direttrice di Cryptonomist.

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