HomeCriptovaluteHex Trust: istituzionali non interessati al crypto staking

Hex Trust: istituzionali non interessati al crypto staking

In una recente intervista, il responsabile della tecnologia dei mercati di Hex Trust, David Cicoria, ha rivelato che i clienti istituzionali non sono realmente interessati allo staking liquido degli asset crypto. 

Cicoria afferma che l’unico interesse riscontrato da Hex Trust nei confronti di tali asset è quando i detentori dei token non possono avere accesso allo staking nativo. 

Lo staking nativo

Lo staking nativo è quello che si fa direttamente sui nodi validatori. 

Alcune criptovalute, come ad esempio Ethereum, basano la convalida dei blocchi in cui sono registrate le transazioni su Proof-of-Stake (PoS), che prevede che la convalida venga effettuata da nodi validatori con un certo numero minimo di token immobilizzati. 

Ad esempio, per essere un nodo validatore di Ethereum bisogna immobilizzare nel nodo almeno 32 ETH, ovvero più di 52.000$ ai tassi di cambio correnti. 

Inoltre, per poter fare staking nativo bisogna installare, configurare correttamente, e far girare un nodo, cosa oggettivamente molto difficile per l’investitore medio. 

Per questo motivo alcune aziende, ed in particolare gli exchange, offrono servizi di staking, ovvero fanno da intermediari consentendo agli investitori di mettere i loro token in staking su nodi altrui. 

Inoltre, vi sono smart contract DeFi che offrono anche il servizio di liquid staking, che consente di mettere in staking dei token senza però rinunciare alla liquidità. 

Sebbene non si sappia se gli investitori istituzionali facciano staking nativo, è tuttavia possibile supporre che non lo facciano, perchè più che di un’attività di investimento si tratta di un’attività tecnica, di validazione delle transazioni per l’appunto. 

Quello che svela David Cicoria è che chi opta per lo staking liquido lo fa principalmente perchè non vuole o non può fare staking nativo per diversi motivi, tra cui principalmente le difficoltà tecniche. 

Cicoria afferma anche che gli investitori istituzionali in realtà sono più interessati proprio allo staking nativo, anche se nessuno sa se lo facciano veramente. 

Quindi, immaginando che gli investitori istituzionali o non facciano staking nativo, o siano comunque in pochi a farlo, il fatto che non sembrano nemmeno interessati allo staking liquido potrebbe significare che questa tipologia di investimento sia appannaggio soprattutto degli investitori retail, o dei tecnici del settore crypto

Lo staking su Ethereum

Oltretutto lo staking su Ethereum, ovvero di gran lunga la seconda criptovaluta più importante al mondo, per ora richiede l’immobilizzazione dei token sui nodi validatori a tempo indeterminato. 

Pertanto è ancora più lecito immaginare che gli istituzionali non facciano staking, anche se le cose da questo punto di vista potrebbero cambiare già a partire da questo mese di marzo. 

Infatti, non appena avverrà il prossimo aggiornamento del protocollo Ethereum, con il fork chiamato Shanghai, gli ETH in staking sui nodi validatori finalmente verranno sbloccati. 

A quel punto le cose potrebbero cambiare per gli istituzionali, perchè poter mettere in staking su un proprio nodo quantità elevate di ETH che possono essere prelevate in qualsiasi momento è molto diverso dal doverle lasciare immobilizzate a tempo indeterminato. 

Il fatto è che gli istituzionali non sono interessati nemmeno al liquid staking su protocolli DeFi, a causa dei numerosi rischi di un’attività del genere, tra cui depegging, hack, eventuali problemi di centralizzazione, e mancanza di chiarezza normativa.

Crypto staking come security: come verrà gestito da Hex Trust? 

Un altro problema, che ha costretto alcuni exchange a stoppare il servizio di staking, è quello relativo al fatto che offrire tale servizio potrebbe essere considerata un’offerta al pubblico di una security non registrata. 

I casi più recenti hanno coinvolto gli exchange Kraken e Coinbase, con diversi attacchi da parte della SEC. 

Le security sono di fatto contratti di investimento, ed in effetti fornire un servizio di investimento come lo staking indiretto potrebbe apparire come tale. 

Lo staking nativo non è un contratto, perché non ci sono due parti coinvolte: chi mette i propri token in staking sul proprio nodo fa tutto da sè. 

Ma offrire a terzi la possibilità di mettere i loro token in staking sul proprio nodo potrebbe a tutti gli effetti essere equiparato ad offrire loro la possibilità di sottoscrivere un contratto d’investimento finanziario. 

Tali contratti in molti Paesi sono leciti solo se la security è registrata presso le autorità di vigilanza. 

Hex Trust e i servizi crypto a livello istituzionale 

Hex Trust è proprio un Digital Asset Custodian di livello istituzionale, ovvero diretto proprio agli investitori istituzionali. 

In particolare opera soprattutto sul mercato asiatico, ma è difficile immaginare che in altre zone le cose stiano in maniera diversa da come raccontato da Cicoria. 

Hex Trust offre anche proprio un servizio di staking liquido su DeFi, quindi ciò che ha rivelato a riguardo va seriamente preso in considerazione. 

Va ricordato che spesso i protocolli DeFi risultano un po’ troppo ostici da utilizzare, soprattutto per coloro che sono abituati principalmente ad operare sui mercati finanziari tradizionali, ovvero quelli dominati dagli intermediari. 

Sebbene Cicoria non lo dica, è anche possibile che tali servizi risultino ancora troppo difficili da comprendere a fondo per chi proviene dalla finanza tradizionale, e questo potrebbe scoraggiare soprattutto i clienti che hanno più fondi da investire, e che quindi hanno anche più da perderci in caso di problemi. 

Marco Cavicchioli
Marco Cavicchioli
"Classe 1975, Marco è stato il primo a fare divulgazione su YouTube in Italia riguardo Bitcoin. Ha fondato ilBitcoin.news ed il gruppo Facebook "Bitcoin Italia (aperto e senza scam)".
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