I dati inflazione USA di giugno hanno acceso una speranza cauta dentro la Federal Reserve, ma un altro membro del board avverte che potrebbe non bastare a evitare un nuovo rialzo dei tassi. L’indice dei prezzi al consumo è sceso al 3,5% su base annua, in calo dal 4,2% di maggio, un dato che Austan Goolsbee, presidente della Federal Reserve Bank of Chicago, ha definito “sorprendentemente benigno” e “incoraggiante”. Ma proprio mentre Goolsbee invitava alla prudenza, il governatore della Fed Michael Barr ha messo in chiaro che sostenerà un rialzo dei tassi se l’inflazione non mostrerà segnali convincenti di rientro verso l’obiettivo del 2%.
Summary
Punti chiave
- Il CPI di giugno è sceso al 3,5% su base annua, dal 4,2% di maggio
- Luglio ha segnato il 65° mese consecutivo di inflazione sopra il target Fed del 2%
- Il PCE è rimasto al 3,7% in luglio, con il core PCE al 3,3%
- Il governatore Michael Barr ha detto che sosterrà un rialzo dei tassi se l’inflazione non rientra verso il 2%
- I mercati hanno ridotto le aspettative di rialzi imminenti dopo il dato di giugno
Il calo del CPI di giugno riapre lo spiraglio della disinflazione
Il dato di giugno racconta una traiettoria in miglioramento, ma non ancora una vittoria dichiarata. Il calo dal 4,2% al 3,5% rappresenta il passo più consistente registrato negli ultimi mesi, e per questo Goolsbee lo ha giudicato un segnale genuino, anche se non definitivo, di disinflazione in atto.
Il quadro resta comunque lontano dall’obiettivo. Luglio ha segnato il 65° mese consecutivo in cui l’inflazione resta sopra il target del 2% fissato dalla Fed, un dato che pesa sulla credibilità della banca centrale tanto quanto sulle tasche dei consumatori americani. Il parametro preferito dalla Fed per misurare le pressioni sui prezzi, l’indice delle spese per consumi personali (PCE), è rimasto fermo al 3,7% in luglio, con il core PCE — che esclude le componenti volatili di cibo ed energia — al 3,3%.
Goolsbee vede segnali incoraggianti ma frena sull’euforia
Goolsbee ha scelto parole misurate per descrivere l’ultimo dato, ribadendo che servono altri mesi di letture altrettanto positive prima di poter parlare di vittoria sulle pressioni sui prezzi. La sua posizione riflette un equilibrio delicato tra ottimismo e cautela, tipico di chi ha visto promesse di svolta sfumare in passato.
In dichiarazioni più recenti, il presidente della Fed di Chicago ha descritto la situazione come una fase in cui, dopo un paio d’anni di progressi robusti sul fronte dei prezzi, il percorso si è bloccato e in parte peggiorato. “Abbiamo avuto un report incoraggiante, uno discreto, e ora la nostra sfida resta l’inflazione”, ha sintetizzato. Sul lato occupazione, invece, Goolsbee ha sottolineato che la stabilità di disoccupazione, tasso di posti vacanti e licenziamenti dipende soprattutto dalla spesa dei consumatori americani, più che dall’effetto dei data center legati all’intelligenza artificiale.
Dentro l’istituzione, però, non tutti condividono la stessa lettura. Alcuni funzionari si allineano alla cautela positiva di Goolsbee, interpretando il dato di giugno come prova concreta che la disinflazione stia prendendo piede. Altri restano scettici, ricordando che un solo mese buono non fa una tendenza e che eventuali stalli nei prossimi report potrebbero richiedere aggiustamenti di politica monetaria.
Tariffe, energia e investimenti in AI: le variabili che complicano il quadro
Dietro la persistenza dell’inflazione ci sono fattori che la Fed non controlla direttamente. Gli effetti dei dazi si sono propagati lungo le catene di fornitura, spingendo le imprese a trasferire i costi aggiuntivi sui consumatori. I prezzi dell’energia, alimentati dalle tensioni in corso in Medio Oriente, hanno esercitato una pressione ulteriore sui dati aggregati.
A questi si è aggiunta una variabile più recente: la spesa in capitale legata all’intelligenza artificiale. Le aziende stanno investendo miliardi in infrastrutture di calcolo, data center ed elettricità per alimentarli, contribuendo alle dinamiche inflazionistiche. Il picco del PCE al 4,1% registrato a maggio ha rappresentato proprio la somma di tutti questi fattori che si sono manifestati contemporaneamente.
Goolsbee ha aggiunto un elemento di analisi interessante su questo fronte: a suo avviso, l’espansione dei data center è “molto calda”, ma finisce per schiacciare altre parti dell’economia, competendo per risorse come manodopera specializzata e materiali da costruzione. Un riequilibrio settoriale che, ha avvertito, non è lontano dal trasformarsi in un surriscaldamento più generale dell’economia.
Barr avverte: pronto a sostenere un rialzo se l’inflazione non rientra
Mentre Goolsbee invita alla pazienza, il governatore Michael Barr ha adottato un tono più deciso. Parlando a un forum bancario a Washington, Barr ha detto di essere preoccupato per il rischio che pressioni sui prezzi più ampie prendano piede, dopo che l’inflazione è rimasta bloccata sopra il target del 2% per quasi cinque anni e mezzo.
“Se le tendenze nei dati mi daranno qualche fiducia che l’inflazione si stia muovendo verso il 2%, allora penso che potremo prenderci un po’ più di tempo per valutare la nostra posizione di politica monetaria”, ha dichiarato Barr in un discorso preparato. “Tuttavia, se l’inflazione non dovesse moderarsi a sufficienza, penso che dovremmo agire con decisione per aumentare i tassi”.
Le sue parole arrivano in un momento delicato: complice anche la situazione precaria in Medio Oriente. Barr, come membro permanente con diritto di voto nel Federal Open Market Committee, ma i mercati stavano già scontando una probabilità significativa di un nuovo rialzo alla prossima riunione.
Cosa significa per mercati e aspettative sui tassi
Il dato più fresco sul CPI di giugno aveva spinto i mercati a rivedere al ribasso le probabilità di nuovi rialzi nel breve termine, con i trader che avevano ridotto le scommesse su un’ulteriore stretta monetaria. Ma le dichiarazioni di Barr hanno rimesso in discussione quello scenario.
Qui si misura la vera posta in gioco per chi segue le previsioni inflazione Fed: la banca centrale si trova a bilanciare il rischio di reagire a shock di offerta transitori — dazi, tensioni geopolitiche — contro quello di lasciare che l’inflazione resti sopra target troppo a lungo, minando la propria credibilità. Goolsbee stesso ha coniato un’espressione scherzosa per descrivere questi shock che si protraggono più del previsto, definendoli scherzosamente “transitori” tra virgolette, proprio perché la loro persistenza smentisce i modelli teorici classici.
Per gli investitori e per chi osserva l’andamento inflazione USA in vista delle prossime riunioni, il messaggio che emerge da Chicago e Washington è tutt’altro che unanime. Da un lato la lettura di Goolsbee, che vede nella spesa dei consumatori il vero termometro della stabilità economica americana; dall’altro la postura più assertiva di Barr, pronto a chiedere un intervento sui tassi se i prossimi dati non confermeranno la frenata dei prezzi. Tra questi due poli si giocherà la prossima mossa della Fed.
FAQ
Perché i dati sull’inflazione di giugno sono considerati incoraggianti dai funzionari della Fed?
I funzionari della Fed, incluso Austan Goolsbee, hanno giudicato sorprendentemente benigno e incoraggiante il calo dell’indice dei prezzi al consumo di giugno al 3,5% dal 4,2% di maggio, un segnale che indicherebbe l’avvio di una fase di disinflazione.
Quali cautele ha espresso Austan Goolsbee sulla tendenza dell’inflazione?
Goolsbee ha avvertito che sono necessari altri mesi di letture altrettanto positive sull’inflazione prima di poter dichiarare una vittoria definitiva sulle pressioni persistenti sui prezzi.
Quali sono i principali fattori che mantengono l’inflazione elevata nonostante i recenti cali?
L’inflazione resta elevata a causa dei dazi che impattano le catene di fornitura, dei prezzi dell’energia rincarati dalle tensioni in Medio Oriente e della spesa in capitale legata all’intelligenza artificiale, che sta facendo aumentare i costi.
Come hanno reagito i mercati ai dati sull’inflazione di giugno?
I mercati hanno reagito al dato più contenuto del CPI di giugno riducendo le aspettative di rialzi dei tassi di interesse nel breve termine, anche se le successive dichiarazioni di altri funzionari Fed hanno rimesso in discussione questo scenario.
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