L’impatto della Brexit sulle crypto: una nuova bolla?
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L’impatto della Brexit sulle crypto: una nuova bolla?

By Daniele Chicca - 21 Set 2019

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Molti analisti e commentatori prevedono un impatto quasi apocalittico per il Regno Unito in caso di uscita dal blocco dell’Unione Europea senza un accordo quadro. In un tale contesto post Brexit, a risultare favorito potrebbe essere il settore delle crypto. Le conseguenze positive sarebbero importanti.

Un no-deal vedrebbe Bitcoin e altre criptovalute raggiungere nuovi record”, dice da Londra la vice presidente Sales di EXANTE Andrea Michael, la quale sottolinea che la possibilità di una Brexit senza accordo ha già provocato un calo accentuato della sterlina e di alcune altre valute principali. Nel frattempo, “per via dell’incertezza politica e delle prospettive concrete di una Brexit senza intesa”, il prezzo del Bitcoin è invece salito negli ultimi mesi.

Il futuro rincaro dei valori potrebbe essere senza precedenti secondo le stime degli analisti del mondo crypto. Gli investimenti negli asset britannici, ricorda Andrea Michael, sono già in calo, con molti trader e fondi che cercando di diversificare il più possibile i propri portafogli con l’obiettivo di ridurre i rischi legati all’incertezza intorno alla Brexit. 

Un modo per diversificare è per l’appunto quello di puntare sulle valute crittografiche. Inoltre “la Brexit offre opportunità che prima erano impensabili come per esempio quella di ripensare alternative ai sistemi di pagamento tradizionali usati con le valute fiat”. Una Brexit priva di intesa formale “non creerebbe soltanto turbolenze e volatilità per due delle principali valute fiat, ma creerebbe anche una crisi di identità per il sistema globale”. 

Nel mondo si fa largo un approccio pro crypto

Nonostante i piani del primo Ministro britannico Boris Johnson, uno dei fautori della Brexit ben prima del referendum dall’esito shock di giugno 2016, si siano rivelati fallimentari, le possibilità di un no-deal rimangono molto elevate quando manca un mese e mezzo alla data ufficiale della Brexit. E fino al 14 di ottobre il Parlamento resterà chiuso.

Le ultime novità hanno favorito in qualche modo le valute crypto sui mercati, sulla base di un ragionamento lapalissiano. Difatti è più facile che un Regno Unito libero dalla rete burocratica intricata dell’Ue riesca a conservare il suo status di hub finanziario mondiale, passando proprio dall’adozione di un approccio più pro crypto e pro blockchain

La cosa non dovrebbe sorprendere. Per prima cosa, grazie alla loro decentralizzazione, le criptovalute possono vantare una struttura finanziaria meno complessa delle divise tradizionali. 

In secondo luogo, nel settore privato qualcosa si muove da tempo se è vero che già 75 grossi gruppi bancari internazionali hanno adottato la blockchain. Anche nel campo pubblico l’esplorazione del Regno Unito nell’universo crypto e blockchain rappresenterebbe qualcosa di già visto. Passi avanti sono stati fatti in Svizzera, Giappone e persino Cina.

La Borsa di Zurigo, per esempio, ha avviato un progetto per lo sviluppo di una stablecoin da legare al franco svizzero. Dopo aver approvato diversi nuovi crypto exchange, Tokyo ha annunciato due mesi fa di voler lanciare una rete internazionale per i pagamenti in criptovalute che si ponga come alternativa al sistema SWIFT.

I casi recenti di Cina e Regno Unito

E in Cina, nonostante i divieti contro il settore crypto, il vento pare che stia cambiando. In agosto le autorità cinesi hanno annunciato che lavoreranno alla creazione di una propria criptovaluta. In realtà è dal 2014 che la banca centrale della potenza asiatica, la PBOC, ci sta lavorando. E il governo – esercitando esso il controllo sulle banche nazionali – è facilitato nel compito rispetto a paesi più liberali come gli Stati Uniti.

Ultima in ordine di tempo, anche la banca centrale del Regno Unito ha ventilato la possibilità di affidarsi a una criptovaluta in grado di superare l’egemonia monetaria del dollaro. Magari realizzata e supportata da un network di banche centrali. La stabilità della valuta sarebbe garantita dal fatto che sarebbe ancorata a un paniere di divise canoniche già esistenti. È stato Mark Carney, il presidente della Banca d’Inghilterra, ad aprire all’ipotesi.

La Banca d’Inghilterra ha intenzione di interrompere i rapporti che la legano sempre alle grandi banche tradizionali, aprendo la strada a organizzazioni non finanziarie come Facebook perché offrano alternative ai mezzi di pagamento e di credito ortodossi. 

Brexit, opportunità per rivedere apparato regolamentare

“Le statistiche indicano inoltre – ricorda Andrea Michael – “che l’investimento nelle criptovalute continuerà a trarre vantaggio dal fatto che l’appetito per il rischio rimanga basso a lungo nei mercati e la Brexit è una fonte di incertezza continua” per i mercati. Se la volatilità sale con l’avvicinarsi della deadline del 31 ottobre, “gli investitori potrebbero approfittare delle condizioni per incamerare profitti”.

Chissà che la prossima nazione del G8 a lanciarsi nel mondo crypto non sia Londra. In tale ottica, l’obiettivo sarebbe quello di rafforzare la posizione della City nel panorama finanziario globale, riducendo al contempo l’appeal delle valute tradizionali che dominano gli scambi commerciali e finanziari mondiali, come il dollaro e in seconda battuta l’euro.

L’uscita del Regno Unito dall’UE, difatti, “offre l’opportunità di rivedere l’apparato regolamentare di Londra, perché la City sarà libera dalle rigide regole europee. A quel punto “l’approccio del Regno Unito dovrebbe essere più pro-attivo nei confronti dell’implementazione di progetti di innovazione legati alla blockchain”. Il risultato sarebbe anche una maggiore popolarità dei beni crypto.

Brexit: sistema globale in tilt

Non solo un’uscita senza accordo dall’UE provocherebbe caos e volatilità per due monete fiat principali (sterlina ed euro, NdR)”, ma manderebbe anche – secondo il CEO di CommerceBlock, gruppo attivo nella tecnologia blockchain – l’ordine finanziario mondiale prestabilito in tilt

Il sistema globale dovrebbe infatti fare i conti con una vera e propriacrisi di identità, perché verrebbero messi in evidenza lo stato di emergenza e le vulnerabilità delle valute tradizionali mondiali”. Sono le parole pronunciate lo scorso 8 agosto da Nicholas Gregory contattato dall’’Independent.

Sebbene le criptovalute siano notorie per la loro volatilità e scarsità di capitalizzazione sui mercati, ci sono investitori che non comprano Bitcoin e simili soltanto per speculare. Sono più numerosi coloro i quali iniziano a considerare le crypto al pari di beni rifugio. 

Bitcoin, l’oro digitale per rifugiarsi dalla Brexit

Al pari del metallo prezioso, bene rifugio per eccellenza, il Bitcoin ha un’offerta limitata e questa sua rarità lo rende più appetibile come riserva di valore. Sebbene non sia un prodotto fisico e quindi concreto, non manca chi ritiene il Bitcoin il “nuovo oro digitale”. Il Bitcoin, prima ancora di altre sorelle crypto, “si è già guadagnato lo status di bene rifugio in tempi di incertezza di mercato”, osserva Andrea Michael.

I dati di Bloomberg dimostrano che la relazione tra l’andamento del prezzo del Bitcoin e quello dell’oro sia stata due volte più stretta negli ultimi mesi”. Le statistiche dell’ultimo anno mostrano che il rapporto tra i due asset era a quota 0,496 mentre nei tre mesi scorsi quel coefficiente è salito a 0,837.

In un possibile scenario di caos e di crisi finanziaria causati da una no-deal Brexit. l’infrastruttura decentralizzata e senza confini del Bitcoin e delle altre sorelle digitali li renderebbe meno dipendenti dai tassi di interesse e meno soggetti agli effetti negativi cui incorrono invece le valute fiat, i singoli mercati e i singoli paesi.

Sebbene alcuni scettici continuino a mettere in dubbio la natura di bene rifugio del Bitcoin e delle altre criptovalute, la realtà è che i fattori politici ed economici potrebbero favorire gli asset digitali”. E “l’incertezza generata dalla Brexit potrebbe essere proprio uno dei catalizzatori chiave dietro al rafforzamento del loro status su scala mondiale”. 

Daniele Chicca
Daniele Chicca

Laureato in lingue e letterature straniere all'Università di Bologna, con un anno da undergraduate presso la UCL di Londra. Giornalista professionista dal 2007, si è con il tempo specializzato in finanza, economia e politica. Dopo tre anni presso il desk di Reuters a Milano, ha lavorato per diverse testate, contribuendo tra le altre cose a portare a un incremento del traffico progressivo sul sito Wall Street Italia e offrendo servizi di vario genere da inviato per Radio Rai e per le agenzie stampa AGI e TMNews (ex Apcom). Al momento è responsabile della redazione, della linea editoriale e del coordinamento di un importante sito di informazione economica e finanziaria

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