Ban alla Proof of Work: la minaccia a Bitcoin dall’Unione Europea
Ban alla Proof of Work: la minaccia a Bitcoin dall’Unione Europea
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Ban alla Proof of Work: la minaccia a Bitcoin dall’Unione Europea

By Eleonora Spagnolo - 21 Gen 2022

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Dai vertici dell’Unione Europea arriva un messaggio chiaro contro il mining di Bitcoin: la proof of work merita un ban perché consuma troppa energia. A dirlo è Erik Thedéen, vice presidente della European Securities and Markets Authority (ESMA).

Erik Thedéen, il “falco” del mining di Bitcoin nell’Unione Europea

Erik Thedéen, oltre al ruolo che ha nell’ESMA, è anche direttore generale della Finansinspektionen, l’autorità di supervisione finanziaria della Svezia. Le sue parole ricalcano quelle dell’autorità svedese di cui fa parte, arrivate a novembre, circa l’alto consumo del mining di Bitcoin. 

Come riporta il Financial Times, già due mesi fa l’autorità faceva appello all’Unione Europea affinché iniziasse a considerare la situazione:

“[Chiediamo] che l’UE consideri un divieto a livello comunitario del metodo di estrazione ad alto consumo energetico proof of work”. 

Erik Thedéen
Erik Thedéen

Un ban contro l’algoritmo di consenso Proof of Work

Le parole di Erik Thedéen e dell’autorità svedese in realtà non sono contro Bitcoin in generale, ma contro la Proof of Work, cioè l’algoritmo di consenso a cui viene imputato un costo di energia fin troppo alto. 

Sul banco degli imputati c’è anche Ethereum, che però ha già avviato il passaggio alla Proof-of-Stake, che dovrebbe completarsi a giugno 2022. 

A proposito di PoW, l’opinione di Erik Thedéen è che le industrie coinvolte nel mining di Bitcoin hanno delle responsabilità sociali per l’alto consumo di energia. 

Il punto è che anche la questione del mining con energia pulita non è sostenibile: si sottraggono all’intero sistema delle fonti rinnovabili per convogliarle su Bitcoin e agli altri non resta che continuare ad utilizzare carbone. Secondo Thedéen, questa faccenda sta diventando una questione nazionale in Svezia

Il rimedio:

“La soluzione è bandire la Proof-of-Work, la Proof-of-Stake ha un profilo energetico significativamente più basso”.

Miner di Bitcoin senza pace

Sembra che da quando la Cina ha bandito il mining di Bitcoin, l’attività di produzione di BTC sia senza pace. I miner cinesi infatti avevano trovato nuovi approdi in altri paesi quali il Kazakistan, l’Iran, o il Kosovo, ma in tutti i casi l’eccessivo consumo di energia si è rivelato un problema. 

In Kazakistan è una delle ragioni che ha portato ad un aumento vertiginoso dei prezzi dell’energia e alle successive proteste di piazza. Anche l’Iran ha dovuto fermare il mining di Bitcoin proprio per gli eccessivi consumi. E non va meglio neppure in Kosovo, dove il mining è stato dichiarato illegale a fronte di continue interruzioni di energia. 

Purtroppo, in un momento storico in cui c’è scarsità di energia e quella che c’è, costa cara, Bitcoin non fa che accrescere il problema. Ma sarebbe un errore considerarlo il nemico da battere. 

 

Eleonora Spagnolo

Giornalista con la passione per il web e il mondo digitale. È laureata con lode in Editoria multimediale all’Università La Sapienza di Roma e ha frequentato un master in Web e Social Media Marketing.

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