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La Costa Rica non è un Paese particolarmente all’avanguardia per quanto concerne le nuove tecnologie.

Anzi, a ottobre 2017 la Banca Centrale ha emesso una direttiva che non riconosce le criptovalute come moneta, limita la possibilità di effettuare transazioni commerciali e scarica la responsabilità delle eventuali conseguenze sui fruitori stessi.

Ma il diavolo, com’è noto, si annida sempre nei dettagli. Ebbene, secondo quanto riferisce l’avvocato Rolando Perlaza, docente universitario e notaio, l’articolo 166 del Codice del lavoro dice che “il pagamento in natura è inteso come un tipo di merce non in contanti, fornita dal datore di lavoro ai propri dipendenti regolarmente, periodicamente, in modo individuale, di natura patrimoniale, e come un metodo di pagamento che si accompagna al salario stesso”. Inoltre, “non deve necessariamente essere un bene materiale”.

In altri termini, sebbene in Costa Rica le criptovalute non possano essere utilizzate per pagare interamente gli stipendi, è comunque lecito retribuire almeno una parte del salario con altri beni che non siano denaro o valuta, come appunto le criptovalute.

L’importante è che almeno il salario minimo legale sia pagato in moneta a corso legale.

Insomma, accade più o meno come in Israele, dove alcune aziende si stanno già anche attrezzando per farlo.

Perlaza aggiunge: “I rapporti di lavoro e le forme di pagamento, compensazione e benefici, si evolvono ogni giorno, adattandosi alle reali esigenze delle imprese e degli attori sociali. Quindi anche la legislazione, la giurisprudenza e la dottrina devono adattarsi rapidamente a questo ambiente, nel rispetto dei principi base del diritto del lavoro, ma senza essere un ostacolo nel rapporto lavoratore-datore di lavoro”.

Da notare che non in tutti i Paesi del mondo la legge consente di pagare in criptovalute parte degli stipendi e stupisce che in una nazione non crypto-friendly come il Costa Rica ciò sia a tutti gli effetti permesso.